Di Ilaria Zibetti

Con Plot Opera si scherza con la musica, ci si diverte narrando le trame liriche più o meno note per diffondere questo genere in chiave ironica. Però con questo articolo vorrei mutare l’intonazione, restando in tema, e condividere alcune riflessioni per aprire una discussione più seria.

Una delle più grandi invenzioni, o meglio dire intuizioni dell’uomo riguarda proprio la musica, di come la combinazione di parole e note possa amplificare le emozioni, coinvolgere maggiormente l’ascoltatore e lasciare in lui una traccia di quell’esperienza. Sì, io sostengo che la lettura, l’ascolto della musica, la visita ad un museo e simili, siano esperienze.

Nell’opera si perfeziona, si rinnova, si indaga questa potenzialità e, a seconda delle epoche storiche, si è avuta una peculiarità espressiva: dal virtuosismo da capogiro del Barocco alla linearità belcantistica del Settecento, dalle atmosfere passionali e misteriose del Romanticismo alla fredda schizofrenia del Novecento. Ognuna di loro ha colto uno stato delle cose, ha desiderato un cambiamento in esse o semplicemente le ha manifestate, mescolando realtà e aspettative oppure opponendosi alla moda dilagante con un linguaggio universale. Paradossalmente infatti, l’opera (ma ancor di più forse la sinfonia perché priva di parlato) si rivolge a chiunque l’ascolti, scuotendolo e ponendogli delle domande: sei disposto a fermarti? Vuoi ascoltare qualcosa di diverso da ciò a cui sei abituato? Avrai la pazienza di stare a sentire quello che ho da esprimere? Riuscirai a comprendermi? E non soltanto queste.

Se consideriamo le trame liriche da un punto di vista squisitamente diegetico, offrono molteplici spunti di riflessioni che trascendono i secoli: quale valore dare alla vita, all’ambizione, al potere, alla fedeltà, all’amore, alla patria, all’amicizia, alla dedizione… La narrazione è circoscritta in un setting definito, da contestualizzare in base anche al periodo di composizione, eppure il fascino dell’opera sta anche in questo, oltre che alla bellezza musicale, ossia il saper ancora oggi raccontare di argomenti eternamente attuali, suscitare emozioni di qualsiasi tipo esse siano, perfino di noia o fastidio.

Con il tempo siamo giunti alla conclusione che si abbia sempre maggior bisogno di rientrare in contatto con le emozioni, quelle autentiche che fanno tremare le fondamenta, che stordiscono perché inusuali, che in principio fanno pronunciare un diniego non per indifferenza ma per timore. Le stesse in grado di farci sentire vivi, presenti a noi medesimi e agli altri, senza la maschera imposta di invulnerabilità. L’opera insegna (ovviamente usando delle esagerazioni per rappresentare meglio il concetto) e dimostra che siamo esseri umani e che il provare sentimenti, soprattutto negativi, ci rende veramente tali. Pensare che essere più forte significhi non abbandonarsi a quel torrente trascinante è una mera illusione: siamo sangue, cuore e lacrime. La vera forza sta nell’affrontare, vivere e assaporare questi stati d’animo imparando a comprenderli e accettarli. Certo il rischio è quello di lasciarsi sopraffare, di alimentarsi solo di grandi passioni presenti solo nei romanzi o nella musica, respirare nella speranza di avere in corpo sempre quella scossa di eccitazione. Parrà un ragionamento banale ma la sana e desueta “via di mezzo” la ritengo l’approccio migliore: essere quindi consapevoli di essere di fronte ad un lavoro artistico, avere la giusta distanza per averne una visione d’insieme e al contempo abbassare le proprie barriere, anche solo di pochi centimetri, per accogliere in sé qualsiasi emozione possiamo provare.

Più facile a dirsi che a farsi, direte voi che leggete queste riflessioni.

Vero, ma solo perché qualcosa appare impossibile, non è detto che lo sia.

 

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