1965. Ormai della Guerra si parla, eccome se si parla, ma al passato remoto. Forse ancora all’imperfetto, via. Gli anni del boom economico, del Vietnam, gli anni alla soglia delle rivolte studentesche, del Sessantotto.

Moravia, Montale, Pasolini, per citarne alcuni. Calvino, per citarne un altro.

Calvino de “Le cosmicomiche”, de “Il cavaliere inesistente” (1959), di “Marcovaldo” (1963), de “Il barone rampante” (1957), quel Calvino lì, insomma. Il Calvino dell’antilingua. 

“Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.

Queste le parole di un interrogato di fronte a un brigadiere.

«Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante“.

Questa la trascrizione del brigadiere.

Così è poco chiaro, ce ne rendiamo conto. Potete dimenticare l’interrogato e il brigadiere, sono personaggi senza alcuno sviluppo, destinati a esaurirsi in queste poche righe. Calvino si serve di loro per descrivere uno status linguistico e poi li lascia lì, decide di non nobilitarli con la sua fantasia, non è un racconto né un romanzo quello che l’autore vuole creare.

Ciò che importa è invece la lingua, il modo di parlare e di esprimersi. Siamo negli anni in cui si vedono i primissimi frutti -ancora acerbi-della scolarizzazione, in cui gli italiani possono andare dal giornalaio e con poche lire comprare i classici della letteatura, da Kafka a Hemingway, Balzac, Proust per i più coraggiosi.

Ma Calvino parte da molto prima, per descrivere la sua antilingua:

“Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente”.

Bene, il punto è più o meno questo. Cioè, avviato il processo di scolarizzazione e di diffusione della cultura, rimane un altro problema da risolvere, ossia una situazione di apparente bilinguismo, forse più vicina alla diglossia. In Italia si parlano sostanzialmente due lingue, una concreta, che rimanda subito agli oggetti, veloce, immediata e un’altra fatta di sovrastrutture, di frasi arzigogolate, astratte che rimandano a poco e spesso, spessissimo a niente. Una lingua che non esiste, antitetica rispetto a quella usata da tutti, una vera e propria antilingua, nemica della storia, dello sviluppo, di chi la usa. Una lingua in cui il parlante si crea il proprio personalissimo piedistallo,  ci si mette comodo, alza il mento, arriccia le labbra e si pone in una posizione di rilievo rispetto alle parole che usa. Parole che diventano lontane, distanti, quasi respingenti -o respinte, dipende dai punti di vista-.

“Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi”.

Insomma: il linguaggio comincia a marcare sfumature sociali, diventa un termine di paragone, per cui il brigadiere si sente in dovere di tradurre in antilingua ciò che un semplice interrogato racconta con parole semplici, immediate. Ma quello che il nostro brigadiere non sa è che facendo questo, sta violentando l’italiano e soprattutto lo sta mortificando, lo sta costringendo a diventare una lingua statica, incapace di evolversi, fossilizzata in termini che poi, alla fine, non significano quasi nulla.

Che poi, detto francamente, basterebbe dare un’occhiata alla storia della nostra lingua, per capire che l’antilingua è la soluzione più sbagliata e sterile che si possa trovare. Il brigadiere in questione non l’ha fatto, lo faremo noi.

Non ci metteremo qui a parlare dell’evoluzione di tutte le lingue romanze, ma ci limiteremo all’italiano. Bene, la nostra amata, complessa e complicata lingua deriva dal latino e fin qua credo che non ci siano dubbi. Il problema, però, è che -purtroppo o per fortuna-, l’italiano che parliamo oggi non deriva dal latino di Cicerone, ma da quello che usava, probabilmente, la vicina di casa di Cicerone quando andava a fare la spesa. Cioè: la nostra lingua deriva non dalle forme del latino classico ma da quelle di un latino parlato, non attestato nella letteratura ma vivo, dinamico, fantasioso e funzionale. Questo perché una lingua è un affare assai complesso e alcune volte ha bisogno di smorzare degli aspetti, altrimenti rischia di implodere. E un modo per smorzare qualche aspetto è quello di evolversi verso la direzione più semplice, di scegliere una strada dritta, a tre corsie e poche curve e non una dissestata, stretta e piena di buche.

Purtroppo o per fortuna? La semplificazione della lingua a cosa porterà da qui a cinquanta, cento anni? Il collasso delle declinazioni un tempo, il collasso dei congiuntivi oggi? L’idea ci fa un po’ orrore, è vero, ma d’altronde a Cicerone doveva fare orrore la sua vicina di casa. Che, magari, andava al mecato a comprare due patate usando il termine “dōs” invece di “duōs”.

Insomma, quello che vogliamo dire è che noi continueremo a usare i congiuntivi, sperando che l’evoluzione dell’italiano non li lasci indietro, ma crediamo che sia giusto lasciare alla nostra lingua un po’ di spazio d’azione. Fidiamoci dell’italiano, ha fatto tanti progressi ed è giusto che ne faccia altri, anche senza il nostro aiuto. Non diventiamo sostenitori e protagonisti dell’antilingua per paura che ci manchi il terreno sotto ai piedi: non mancherà. Le basi ormai sono solide e noi non abbiamo davvero niente da temere. Quindi, scendiamo da questo piedistallo e proviamo ad amare la nostra lingua, ad amarla nel modo più genuino e spontaneo possibile, a capirla, ad assecondarla e a riprenderla se imbocca una strada dissestata. Per adesso, almeno per adesso, cerchiamo di fare tutto questo salvaguardando i congiuntivi, che sono bellissimi, musicali e non hanno motivo di essere maltrattati. Ma allo stesso tempo abituiamoci all’idea della lingua come un fattore dinamico, vivo, in perenne movimento, con cui dobbiamo avere un rapporto alla pari, che dobbiamo sentire nostra.

“Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso”.

Bene, impariamo a non sottintendere. Nella vita come nella lingua: chiarezza, trasparenza, verità. Il resto verrà da sé. E se “historia magistra vitae”, possiamo davvero fidarci.

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