Diffido degli occhi glaciali, per quanto azzurri possano essere
diffido delle risposte evase, degli oggetti moderni
e di chi rimpiange le lettere
altresì mi fido, di chi ancora le scrive.
Diffido di chi si affida ai per sempre
come stesse lanciando briciole ai piccioni ,
diffido delle pareti spoglie
delle tazze sbeccate
del vino frizzante
e del colore arancione.
Diffido della paura del buio, il buio può essere così buono
non diffido della conoscenza carnale
ma quando c’è solo la carne, mi sta stretta.
Diffido delle parole a vanvera,
delle lamentele a vuoto e delle promesse al vento
e diffido dell’arrendevolezza
e della rassegnazione
e più di tutto diffido, no,
odio, la mediocrità.
Non diffido dei colpi di stato
né dei colpi di testa
ma diffido dell’essere senza esistenza
del tempo buttato
dell’omertà della coscienza,
diffido delle cosiddette menzogne a fin di bene
e delle verità taciute – perché più velenose dei serpenti
diffido degli occhiali da vista
dei fiori di carta
e delle scale a chiocciola
ma non diffido dei telescopi
dell’odore del ginepro
del mare mosso.
Diffido del potere, che da’ alla testa
e diffido di chi governa, perché lo detiene,
così ai politici preferisco gli illusionisti,
o i pescivendoli incorruttibili.
Diffido della staticità, sono per il movimento
anche se non ha capo né coda
e diffido dell’obbedienza quando è servile
e non meditata, dunque, non scelta.
Diffido della cecità di pensiero
ma prediligo l’istintualità alla ragione,
diffido del bianco, diffido del nero
diffido degli sbalzi di stagione repentini
del conformismo
della remissività
dei comignoli che non fumano mai,
guardo di buon occhio alle rivoluzioni
ai momenti di transizione
alla pervicacia,
diffido delle conchiglie, usate come posa ceneri
per finire, diffido delle dissertazioni su Dio, la morte, l’ al di là
non diffido invece di quelle sull’uomo la vita e l’ al di qua.

 

Elena Cafarelli