E’ il 2 luglio, ore 23, piazza di San Cosimato, Roma. Un fiume di gente in silenzio si allontana dal maxischermo su cui hanno appena proiettato la partita. E’ la sera del “cucchiaio” di Pellè, della rincorsa infinita di Zaza, è la sera in cui l’Italia è stata eliminata dal Campionato Europeo 2016. Siamo usciti dopo un percorso entusiasmante, che ha riavvicinato la gente alla Nazionale, che ci ha fatto emozionare, ma che non ci ha portato neanche nelle prime 4 squadre di Europa. E’ vero, è una competizione maledetta l’Europeo, ma non può essere un alibi, siamo l’Italia. Siamo la squadra dei 4 mondiali, siamo la squadra di Totti, Baggio, Del Piero, Maldini, siamo la squadra che nel 2006 cantava “popopopopo” in faccia ai tedeschi, con l’eleganza che ci contraddistingue da sempre.

L’Italia agli Europei 2012 in Polonia e Ucraina

Eppure cosa è successo da allora? Perché sono 2 edizioni dei mondiali, dopo aver alzato quella coppa in faccia a Zidane, che non riusciamo a ripeterci? Attenzione a non lasciarsi abbagliare dai risultati negli Europei: è vero che siamo arrivati in finale nel 2012, ma è stato un piccolo miracolo sportivo di Prandelli, poiché avevamo una rosa tecnicamente inferiore rispetto alle altre squadre, e così è stato anche nel 2008 e nel 2016 con risultati peggiori; non ho paura di dirlo, il calcio italiano è in crisi.

Non per essere nostalgici, né tantomeno cattivi, ma mi permetto di paragonare soltanto i reparti offensivi dell’ultimo mondiale con quello del 2006, per rendere l’idea di cosa intendo per crisi: Del Piero, Toni, Totti, Gilardino, Iaquinta e Inzaghi contro Cassano, Immobile, Balotelli, Cerci e Insigne.

Già solo i nomi potrebbero bastare, ma aggiungo qualche dato: il migliore per goal segnati in serie A della spedizione brasiliana era Cassano con 106 goal all’attivo,  54o° nella classifica dei marcatori della storia della serie A, e Iaquinta il peggiore della spedizione tedesca, 92o° con 89 goal segnati. Invece in Germania: Totti 250 goal, Del Piero 188, Gilardino 188, Toni 157 e Inzaghi 156, tutti nella top 20. Gli altri erano, e sono, giovani, avranno il tempo di scalare questa classifica, ma capiamo che se queste erano le nostre scelte probabilmente era difficile immaginare di andare lontano nella competizione.

Chiarito il concetto, entro nei dettagli: per quale motivo il calcio italiano è in crisi?

Innanzitutto vorrei portare l’attenzione sulla percentuale di atleti stranieri presenti in serie A e paragonarlo con gli altri tre grandi campionati europei; in Italia abbiamo il 56,6%; in Inghilterra ben il 67,1%; in Germania il 50,4% e in Spagna il 43,4%. Ok, l’Inghilterra è messa peggio di noi, ma davvero seguiremmo un trend lanciato da una nazione che non vince un trofeo dal 1966, oppure sarebbe meglio cercare di raggiungere la Spagna, che ha conquistato 1 mondiale e 2 europei nelle ultime 4 competizioni? Il dato sulla Germania non fa che confermare la mia tesi che, nel caso non fosse chiara, consiste nel cercare di investire di più sui calciatori italiani, rispetto a quelli stranieri: -6,2% di stranieri rispetto all’Italia e sono proprio loro ad aver vinto l’ultimo mondiale.

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il portiere e capitano della nazionale Buffon col giovane Donnarumma

Non facciamo di tutta l’erba un fascio però, esistono alcune realtà in serie A con una politica verde-bianco-rossa: il Sassuolo ha ben 23 giocatori italiani su 27 in rosa, il Pescara 23/36, con qualche elemento in prestito, e vorrei spendere anche qualche bella parola per il Milan, che sta rinascendo da un blocco totalmente italiano, con i giovanissimi Donnarumma e Locatelli tra tutti.

Partendo proprio dagli ultimi citati, introduco il secondo vero problema: l’impossibilità di rischiare da parte degli allenatori. Siamo il primo tra i quattro campionati europei per numero di esoneri durante la stagione con ben 17 esoneri nell’anno 2015/2016; Spagna 9, Inghilterra 8 e Germania 7. Ma letti così sono solo numeri: il problema è la mancanza di una base per un progetto reale. Il ruolo dell’allenatore è assolutamente centrale nella costruzione di una squadra: i giocatori durante la campagna acquisti vengono scelti in base al modulo che vuole utilizzare, la preparazione atletica è gestita da lui, ed è spesso l’allenatore a dare un’anima alla squadra. Quindi come si pensa di costruire un progetto cambiando 3 tecnici in una stagione? Senza considerare i costi per le società di mantenere allenatori con uno stipendio dai 3 milioni di euro su a stagione senza neanche utilizzarli, come si può pensare che un questi possano svolgere il proprio lavoro con la giusta tranquillità e, perché no, con un pizzico di follia? E’ questo il problema: il tecnico di serie A non se la sente di mandare in campo il 17enne che potrebbe essere il nuovo Vieri, preferisce giocare con il 33enne di cui tutti sanno pregi e difetti e dal quale nessuno pretenderà di più di quanto richiesto. Non si crede più nelle scommesse, si va sull’ “usato sicuro”: io non ci credo che il Chievo in rosa non abbia nessun giocatore migliore di Dainelli in prospettiva; buon difensore per carità, ma a 37 anni compiuti, cos’altro può dare al calcio italiano?

il presidente della FIGC Carlo Tavecchio
il presidente della FIGC Carlo Tavecchio

Eppure, nonostante tutto, non la vedo così grigia: il presidente della FIGC Tavecchio, per cui non stravedo, ha applicato una riforma interessante sulle rose di tutte le squadre di serie A. Dei 25 giocatori inseribili nella lista dei calciatori stilata dalla società, quattro di loro dovranno vantare almeno un triennio nelle giovanili della società in questione tra i 16 e i 21 anni, mentre ad altri quattro viene richiesta una militanza triennale in una qualsiasi società italiana entro i 21 anni. Inoltre tutti i nati dopo il 1° gennaio 1995 potranno essere utilizzati liberamente senza essere indicati in nessuna delle due liste, non avendo ancora compiuto i 21 anni. Quindi la ricerca del fenomeno nostrano, più che una moda o uno sfizio, diverrà una necessità, con la speranza di trovare altri Maldini nei nostri vivai.

E’ un inizio, poiché le regole sono fatte per essere aggirate e le società più attente troveranno il modo per averla vinta sul sistema; ed è vero che il nazionalismo non deve scavalcare la meritocrazia. Ma la FIGC in quanto organo regolatore ha il dovere di incentivare l’impiego di calciatori italiani. La base è buona, ma vedere esonerato un allenatore come Mihajlovic, cui spetta il merito di aver fatto esordire il futuro portiere della nazionale italiana a 16 anni, sembra un’ingiustizia.

Voglio rivivere un’altra Berlino 2006, rivivere il 9 luglio 2006, ore 23, all’Olympiastadion di Berlino. Voglio vedere un altro Fabio Grosso camminare lentamente verso il dischetto del rigore, non guardare neanche il portiere. Raccogliere il pallone, e posizionarlo accuratamente sul ciuffo di erba bianca, ad 11 metri dal sogno. Lui che giocava sempre a Fifa, raccontano i suoi compagni, alla playstation, usando l’Italia, muovendo il suo alter ego attraverso un joypad. E chissà quante volte si era sognato quel momento, di poter decidere lui le sorti della propria squadra, e della propria nazione. Voglio vederlo prendere la rincorsa, una serie di piccoli passi per arrivare al pallone, tirare: Barthez da un lato, pallone dall’altro, essere campioni del Mondo…

Alessandro Cirotti

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