Ogni mattina apro gli occhi, mi alzo, spalanco la finestra e saluto il mondo. Lo faccio in silenzio, scrutando il cortile, abituando nuovamente la mia vista ai colori e al mondo reale, dopo ore passate in quello dei sogni. Questa mattina, però, c’è qualcosa di diverso. Apro gli occhi e prima di alzarmi, prima di affacciarmi alla finestra, ascolto, cerco di carpire questo rumore che sento, che riconosco, ma che non voglio davvero realizzare. Mi alzo controvoglia, perché lo so che fuori è ancora buio e quando apro la finestra, il dipinto che mi trovo davanti è quello che stavo immaginando poco prima: cielo grigio e spento, nebbia fitta e pioggia. Eccola, la stagione che detesto. Eccolo, l’autunno.

In metropolitana mi guardo in giro sconsolata: l’autunno è arrivato così prepotentemente che la città si è subito riempita di giacche, trench, sciarpe, qualcuno ha già azzardato, indossando un cappello. Tutti abbiamo in mano un ombrello. Perché l’autunno è così: quella pioggerella leggera non se ne va mai. Magari smette per qualche ora, magari un giorno compare il sole, ma se non riesce a farsi largo tra le nuvole, allora la pioggerella si propone sempre, accompagnata da quella fredda umidità pungente, che ti entra nelle ossa e ti chiede: “Te la ricordi l’estate?”.

Guardo i volti intorno a me, tutti indaffarati a pensare, a guardare qualcosa sullo smartphone, qualcuno è concentrato nella lettura di un libro o di un giornale.
Mi chiedo a cosa stiano pensando le decine di persone qui intorno, se anche loro odino l’autunno. D’estate non mi pongo queste domande: d’estate non esistono i volti cupi in metropolitana, le persone indossano tutte pantaloncini e magliette e sorridono. Tolleriamo meglio le persone intorno a noi, perché non abbiamo le membra immerse nell’umidità e nel grigio.

Arrivata a destinazione, esco dalla metro e apro il mio fedele ombrello. Camminando, abbasso lo sguardo verso le mie Dr Martens, che fanno rumore poggiano sull’asfalto bagnato. Eccola una nota positiva dell’autunno: Dr Martens e maglioncini.

Guardando fuori dalla finestra della biblioteca, il giorno sembra non essere mai cominciato: la luce (poca) è ancora la stessa di quando sono uscita.
È inevitabile ripensare alla spensieratezza con cui l’estate è appena trascorsa, compararla alla cupezza di oggi, alla marea di pensieri e di domande che occupano la mia mente. È come se l’autunno mi spingesse a riflettere di più: sarà perché con questa pioggia esco meno e quindi ho più tempo per perdermi nei miei pensieri; o forse è la natura che cambia intorno a me, che lentamente appassisce, a spingermi a pensare più profondamente su quello che faccio o non faccio, su come vivo la mia vita, cosa potrei fare di più.
Questo grigio, questa pesantezza, mi mostrano in modo più nitido i miei limiti, dove non posso arrivare, o forse dove mi fa più comodo credere di non poterlo fare.
Sono molti gli autunni della mia vita in cui ho cambiato qualcosa di importante, mi sono arresa o ci ho provato di più, in cui ho visto tutto nero, tutto impossibile e quindi mi sono sforzata sempre più per riuscire in quello che stavo facendo.

Forse, dopotutto, è per questo che odio l’autunno. Per lo stesso motivo per cui dovrei ringraziarlo: perché mi sprona a cambiare, a trasformarmi, come la natura fuori dalla mia finestra. Dopo l’allegra apatia dell’estate, in cui tutto scorre facile, mi ricorda che ho una vita da vivere, degli obiettivi da raggiungere e che nessuno, se non io, può agire per realizzarli.
Forse, tutta l’estate che sento dentro di me non è nient’altro che un autunno che cerca di non esplodere per paura della sua stessa forza.

 

Crediti immagine: photo by Martina Difilo