Primo Levi

Primo Levi ad Eichmann: “Non ti auguriamo la morte”

di Roberta Giuili

 Corre libero il vento per le nostre pianure
eterno pulsa il mare vivo alle nostre spiagge.
L’uomo feconda la terra, la terra gli dà fiori e frutti:
vive in travaglio e in gioia, spera e teme, procrea dolci figli.

… E tu sei giunto, nostro prezioso nemico,
tu creatura deserta, uomo cerchiato di morte.
Che saprai dire ora, davanti al nostro consesso?
Giurerai per un dio? Quale dio?
Salterai nel sepolcro allegramente?
O ti dorrai come in ultimo l’uomo operoso si duole,
cui fu la vita breve per l’arte sua troppo lunga,
dell’opera tua trista non compiuta,
dei tredici milioni ancora vivi?

O figlio della morte, non ti auguriamo la morte.
Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:
possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,
e visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide
rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,
intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte.

 

Questa poesia di Primo Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) reca la data 20 Luglio 1960, a distanza di tre mesi dall’annuncio da parte di Ben Gurion della cattura di Adolf Eichmann ad opera dei servizi segreti israeliani. Primo Levi aveva pubblicato da neanche quindici anni il drammatico memoriale “Se questo è un uomo” sulla sua esperienza nel lager di Aushwitz, primo zampillo di memoria nel patto dell’oblio che si stava consumando nel mondo postbellico. In questa poesia più che dedicata, indirizzata ad Adolf Eichmann, Levi tempera la crudezza e l’immediatezza dell’esperienza biografica e della lente soggettiva con il cinismo e la freddezza ereditati dai tedeschi.

L’attacco del componimento sembra quasi ricalcare la terminologia biblica, ribaltata poi col sovrapporre a creatura l’aggettivo deserta, a figlio l’attributo della morte. La poesia, attraverso le continue interrogazioni, sembrano quasi creare un clima inquisitorio, anticipare l’interrogatorio che Eichmann dovrà subire ad opera del “consesso”. Fa quasi rabbrividire la frase in evidenza a fine della seconda strofa “dei tredici milioni ancora vivi“, simbolo dell’incompiutezza dell’opera di Eichmann e in più in generale della Germania sotto Hitler. La morte toccata agli altri cinque milioni è evocata e sottolineata dalla ripetizione insistente della parola morte: ad Eichmann figlio e generatore di morte Levi augura una vita lunghissima, non la morte, affinché sia sempre perseguitato dalla morte che ha causato, dai volti di coloro che hanno visto chiudersi la porta delle camere a gas, hanno visto il buio, e sono stati uccisi da aria di morte, dal gas invisibile, cinque milioni di notti per cinque milioni di morti.

Nel saggio “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” Hannah Arendt analizza l’aspetto di Eichmann come “uomo operoso”: egli non sa più cosa è il male, perché in lui vige un imperativo kantiano della voce del Führer; Primo Levi si scontra con questa indifferenza al male e gli oppone il dolore, dei morti e dei sopravvissuti.

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