Era il lontano 1997 quando, sugli scaffali di tutto il mondo, spuntò Harry Potter e la Pietra Filosofale. Quasi vent’anni in cui l’autrice, J. K. Rowling, passò dall’essere una semplice pendolare britannica a una delle donne più ricche del Regno Unito.

La serie di Harry Potter è formalmente finita nel 2007, seguita a ruota dai film e una quantità spropositata di gadget, merchandising ed eventi a tema. Ma, dal momento che pecunia non olet, e la fanbase del maghetto chiedeva a gran voce un nuovo capitolo, ecco che la Rowling stupisce tutti e annuncia un ottavo capitolo ambientato quasi vent’anni dopo la conclusione de I doni della morte, con la particolarità che, a differenza dei capitoli precedenti, La maledizione dell’erede – questa la traduzione italiana dell’originale The cursed child – non sarà un romanzo, ma uno spettacolo teatrale.

Scritto dal drammaturgo Jack Thorne coadiuvato, nel soggetto e nella supervisione, da John Tiffany e dalla stessa Rowling, La maledizione dell’erede si presenta, in forma cartacea, come un copione teatrale. Niente descrizioni, nessun rimaneggiamento romanzesco: solo battute divise in scene, scene divise in quattro atti, per un totale di circa 330 pagine.

L’azione prende il via direttamente dall’ultima sequenza del settimo libro. Albus Potter, figlio di Harry e Ginny, sta per cominciare il suo primo anno a Hogwarts, dove verrà smistato nella casa di Serpeverde assieme al figlio di Draco Malfoy, Scorpius. I due, si scopre subito, hanno molto in comune, e fanno presto amicizia: entrambi Serpeverde, entrambi “pecore nere” che vivono all’ombra del padre (Albus) o di infamanti dicerie su chi sia il proprio vero padre (Scorpius). Due reietti, insomma, che per dimostrare al mondo il proprio valore si imbarcheranno in un’avventura ben al di sopra delle proprie possibilità: rubare una giratempo (a quanto pare quello de Il prigioniero di Azkaban non era l’ultimo), tornare indietro nel tempo di una ventina d’anni ed evitare la morte di Cedric Diggory, ucciso da Voldemort nel quarto libro della serie.

I fan più smaliziati della serie avranno già notato una caratteristica di questo ottavo libro: i riferimenti alla serie originale non sono solo chicche per appassionati, ma veri e propri punti fermi attorno ai quali si snoda la trama. Tornano Piton e Silente, torna il Torneo Tremaghi e le sue tre, mortali prove; torna persino dall’oblio del quarto libro Amos Diggory, padre di Cedric, ed è proprio da lui, dalla sua richiesta di modificare il passato e salvare il figlio, che l’intera trama de La maledizione dell’erede prende il via. Tutto questo grazie all’espediente della giratempo, artefatto che si credeva distrutto da tempo e che qui riappare in una veste ancora più potente, vero e proprio deus ex machina narrativo.

A volersi concentrare sulle premesse questo ottavo capitolo è un disastro. Bisogna accettare alcune immense forzature nella trama originale – come mai la giratempo non è stata usata prima? Perché Amos si sveglia solo ora? – e solo allora si possono iniziare a scorgere i pochi ma significativi pregi del libro.

Innanzitutto i personaggi. Si è parlato molto dell’incoerenza, se non della stupidità di alcuni personaggi rispetto alla serie originale, primo tra tutti Harry Potter, che qui abbandona le vesti da orfano prodigio per indossare quelle di padre incapace. La totale inettitudine di Harry a fare il padre, invece, è uno degli elementi psicologicamente più interessanti del copione, che ruota tutto attorno alla difficoltà del rapporto padre/figlio e a come anche gli “eroi” possano sbagliare.

Alcuni personaggi (Draco, ma soprattutto Ron Weasley) vengono banalizzati e appiattiti, ma è pur vero che non è attorno a loro che ruota la storia e che a teatro, a differenza del romanzo, l’interpretazione dell’attore può cambiare radicalmente un personaggio.

Altro punto a favore del libro è la resa scenica. Vado con i piedi di piombo perché andrebbe visto a teatro, ma da come è scritto pare che la messa in scena sia grandiosa, ricca di effetti speciali cinematografici ed elementi che favoriscono l’immersione. In attesa di una probabile tournée italiana, quindi,
scelgo di essere ottimista, aiutato in questo dai commenti d’oltre-Manica e dalle didascalie presenti nel testo, che evocano scenari complessi e, talvolta, efficacemente inquietanti.

Anche facendo leva sugli innegabili pregi del libro, allo stato attuale delle cose (senza aver visto lo spettacolo, insomma) Harry Potter e la maledizione dell’erede è un libro complessivamente insufficiente. Può intrattenere e divertire, e a tratti persino stupire per alcune scelte di caratterizzazione, ma si perde in una vuota matrioska fatta di viaggi nel tempo, paradossi e universi paralleli, troppo legato a situazioni e personaggi del passato per prendere coraggio e osare qualcosa di veramente nuovo.


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