Innovare, e innovarsi, è difficile in tutti i campi dell’arte. Ma dovrebbe valerne la pena. Dovremmo essere trascinati da quel dolce amore di cui parla Virgilio, che renda qualunque fatica sopportabile. Ma non sempre è così. Viviamo l’epoca dell’arte per tutti e dell’arte commercializzata (come se esistessero periodi in cui ciò non fosse avvenuto), e l’arte per tutti non sempre può prendersi il lusso di sorprendere e di giocare con le aspettative del fruitore. E’ più corretto nei confronti dello spettatore medio considerato un neonato incapace di intendere e volere dargli esattamente ciò che potrebbe aspettarsi, non provare neanche lontanamente a sorprenderlo o a deluderlo, e farlo sentire al sicuro nel suo mondo, dove tutto è come crede e non cambia mai. Dopo questa apertura cinica e disillusa arriviamo al perché del titolo: Quantico. 

Quantico è una serie di ABC, un network generalista che più generalista non si può, adesso alla seconda stagione appena iniziata. La prima stagione si organizzava su due timeline: la prima, quella contemporanea, vedeva la bella protagonista agente dell’FBI alle prese con un attentato terroristico causato sicuramente da qualcuno che stava a Quantico, campo di addestramento delle reclute dell’FBI, insieme a lei; la seconda invece è ambientata proprio durante l’addestramento e ci porta a conoscere tutte le reclute ed i professori che mano a mano riterremo vittime o artefici dell’attacco, ma soprattutto ci racconta le loro relativamente interessanti storie d’amore. La struttura alla Grey’s Anatomy è chiara fin da subito, condita con un po’ di azione e intrighi governativi, come piace a tutti i figli di Alias come me. Niente di particolare quindi, ma non sta qui il problema. La prima stagione si conclude con l’arresto dell’attentatore e la conclusione completa di ogni trama aperta. La bella agente abbandona i federali e viene arruolata dalla CIA. Proprio qui si apre la seconda stagione.

E ora veniamo al problema: la seconda stagione vedrà la nostra protagonista addestrarsi nel campo di addestramento della CIA dove sembra essersi creato un nucleo di pericolosi dissidenti estremisti pronto a tutto, etc etc. E parallelamente vedremo la situazione un anno dopo, durante un attentato terroristico, probabilmente causato proprio da questo nucleo. Avete una strana sensazione? Sentite quello straniamento da deja-vu? Ovviamente è così, perché è esattamente la trama della prima stagione in un’altra agenzia. Cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime? che verrà trasferita alla DEA? O forse all’NSA? Casi come questo rendono chiaro che la voglia di innovare, di osare e di essere coraggiosi non sono requisiti richiesti ad uno sceneggiatore. Lungi dal distribuire colpe, quando girano quantità simili di denaro qualunque interesse artistico viene ovviamente affossato. Ma questo non impedisce di porsi qualche domanda almeno sul pubblico. Se queste situazioni si reiterano è perché noi permettiamo che ciò avvenga.

Quindi è colpa degli spettatori? No, è colpa di tutti. Abbiamo permesso che si creasse un sistema nel quale noi siamo soddisfatti se nulla va fuori dai binari che immaginiamo e gli sceneggiatori non hanno bisogno di farlo perché noi non ne abbiamo bisogno. Stiamo incentivando la mediocrità. Nostra, in quanto spettatori, e loro, in quanto artisti. Stiamo permettendo che sceneggiatori pigri e lavativi ci impongano cosa guardare. Stiamo sempre più relegando in teche per pochi adepti i prodotti che cercano originalità ed un loro spazio. Ma soprattutto stiamo bruciando un’opportunità: stiamo trasformando l’era d’oro della tv in una ossessiva ripetizione degli stessi cinque prodotti funzionanti.


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