C’è qualcosa di profondamente sbagliato e intrinsecamente geniale nella scelta di commissionare a David Foster Wallace, autore già noto per Infinite Jest o La scopa del sistema, il reportage di una settimana in crociera extralusso tutto compreso ai Caraibi. E il motivo è semplice: basta leggere una riga a caso di uno scritto a caso di Wallace per intuire che l’affinità tra lui e le crociere extralusso tutto compreso ai Caraibi sono pari a quelle tra un tronista e Stephen Hawking. Eppure la rivista Harper’s l’ha fatto. E meglio per noi, aggiungerei, perché è anche merito suo se oggi possiamo leggere uno dei capolavori indiscussi della comicità postmoderna.

Una cosa divertente che non farò mai più è un saggio pubblicato nel 1996 e riedito poi come opera a sé stante visto il grande successo. Nelle sue 150 pagine scarse, suddivise in paragrafi di lunghezza ampiamente variabile, Wallace si propone di offrire un resoconto dettagliato “su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato”. Immaginate ora quest’omaccione di trent’anni suonati con vestiti troppo larghi e il cappellino di Spiderman mentre attende di imbarcarsi su un’enorme prigione natante insieme a decine e centinaia di coppie alto-borghesi di mezza età, quelle che nei film americani passano i pomeriggi a giocare a golf, scegliere la tappezzeria del salotto e chiamare il proprio figlio “campione” per sopperire a un’evidente amnesia – ehm, Lucas? Charlie? No, quello è il mio collega… Thomas? –; immaginate anche che l’omaccione in questione sia uno degli scrittori più acuti e brillanti degli ultimi anni, e avrete un’idea preliminare di quanto un semplice reportage si possa trasformare, oltre che in una giostra grottesca e comica, in una spietata analisi della società americana di cui la nave extralusso Zenith – rinominata per l’occasione Nadir – si fa metafora e sineddoche.

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Lo stile di Wallace è colto, verboso (le sua note a piè di pagina posso durare anche per svariate pagine, e avere a loro volta altre note a piè di pagina) ma, al contrario di alcuni suoi colleghi postmoderni, sfugge al rischio di risultare pesante grazie a un’abilità descrittiva frizzante e terra-terra, che fa della caricatura, dell’iperbole e della simpatia i propri cavalli di battaglia. È così che la sala da pranzo della Nadir diventa uno spaccato dei tipi umani più comuni, dal maître puntiglioso ma disponibile alla ragazzina viziata, fino a formare un caleidoscopio in cui, come in un quadro espressionista, la realtà rappresentata risulta più vivida e “reale” della realtà stessa.

Leggere Una cosa divertente… equivale, insomma, a una convivenza forzata con l’autore: dopo averlo letto vi sembrerà di conoscere Wallace da anni, tanto la sua scrittura sorvegliatissima si finge invece colloquiale e distesa. Colloquiale, ma non certo superficiale, perché tra le righe del discorso comico si insinua un agghiacciante senso di disagio, come se l’intera esperienza vacanziera – pompata, esagerata, pubblicizzata come “il meglio del meglio del meglio” – non sia altro che una baracconata triste, e al di là solo il nulla dell’esistenza. E Wallace, tra le risate, lo riconosce con una lucidità che fa tutt’ora rabbrividire.

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