Se c’è qualcosa che s’approssima alla felicità, quel qualcosa è avere una parola nuova tutta per sé, ma niente ci rende nervosi quanto la consapevolezza di essere a un passo da quella promessa di paradiso.

Ogni settimana, nel giorno che voi chiamereste domenica, il villaggio si scuote da un sonno senza riposo e si prepara per andare alla grande pietra. In mezzo al fumo dei paioli e ai mormorii delle preghiere, gli abitanti si muovono estranei a loro stessi e si salutano come da lontano durante i lunghi rituali mattutini. Via via che ci laviamo la schiena e ci mettiamo in cammino s’alzano grida e s’alzano canti – all’inizio soffocati, poi sempre più dirompenti. Più ci avviciniamo alla meta e più diventa difficile contenere l’eccitazione per quello che ci attende. Vedendoci dall’alto, qualcuno direbbe che è come la spina dorsale di un serpente in muta quella che supera i fiumi e scavalca le montagne, ma da vicino e prendendoci singolarmente non esiterebbe a paragonarci alle galline quando per sbaglio bevono il Talakì. Una volta arrivati all’ombra della grande pietra il serpente si contrae e si contorce compulsivamente, e mentre attendiamo il nostro turno è tutto un gran sbattere di braccia e saltellare da un piede all’altro.

La parola che la divinità scrive sulla roccia è sempre bella e non manca di far schioccare la lingua di chi la riceve, anche se non è detto che sia vera, dal momento che una qualche corrispondenza con gli oggetti e le azioni degli uomini non è affatto garantita. Ma è la nostra e questo è tutto ciò che conta. Ciascuno ha la propria e la usa finché può. Il significato è personale, lo conosce solo il proprietario, e forse nemmeno lui. Tuttavia non è impossibile che a furia di usarla come se lo conoscesse la parola finisca per acquisirne uno.

Nel tempo ognuno di noi ha provato diversi modi per trattenere il più a lungo possibile la parola, e ha imparato a non fidarsene. Il più sicuro resta farsela tradurre nella lingua dei mortali dallo Shwuahmaày – che voi forse chiamereste re o signore o capovillaggio – e poi correre a ripeterla a un compagno fidato che la trascriva con la punta di un pezzetto di carbone sulla schiena, l’unico punto in cui la tentazione di modificarla non riesce ad arrivare. Per questo tipo di operazione delicata i patti e le intese tra gli uomini e le donne del villaggio sono di fondamentale importanza e cambiano spesso nell’arco di una vita, ed è strano perché ogni volta l’ultima consociazione sembrava quella definitiva. I giorni seguenti il villaggio gode di una pace che non sembra di questo mondo. Le parole si stagliano misteriose e inalterate sulle nostre schiene. È così che gli uomini riprendono il loro felice commercio e le donne giù al pozzo si scambiano sorrisi e collane di fiori, mentre i bambini dormono addossati uno all’altro come cuccioli di tapiro. Un’armonia perfetta che difficilmente potresti immaginare passeggera.

Il carbone però non dura, e così tutto il resto. A mano a mano che i giorni passano è come se le parole iniziassero a sbiadire e ad assomigliarsi tutte sulle schiene e sulle bocche degli uomini, e un certo sospetto e nervosismo alimentano le ostilità tra le capanne. Il pensiero che il cognato o il vicino di casa stia cercando segretamente di impossessarsi della parola di qualcun altro, magari la propria, rende le persone velenose, circospette. Nascono così violente liti e incomprensioni per cose che fino a qualche giorno prima sarebbero state pacifiche e anzi motivo di lunghi abbracci e promesse e dita intrecciate. Dopo il tramonto il Talakì passa dalle coppe alle labbra in un sol respiro, come a voler annegare la tarantola del sospetto. Gli uomini cadono addormentati e sulle lame dei coltelli un pallido riflesso di luna non basta a tener lontane le ombre mute della notte. È quello il momento in cui esiliati ed invasori, uomini a cui la lingua è stata mozzata o è come se da sempre lo fosse, escono dal buio delle valli e delle radure e osservano il villaggio pronunciando irripetibili parole di vendetta e conquista.

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