Il Barocco rivisitato

Mi ricordo che al liceo ho sentito dire del Barocco in poesia peste e corna. Venivano definiti come dei manieristi un po’ vacui, che scrivevano poesie più o meno tutte uguali, e che avevano poco da dire. Per cui si è glissato su di loro senza troppi dolori. All’università invece sono riuscito a scorgere nella figura di Giovan Battista Marino una visione differente di questo movimento. Questo autore, dalla scrittura polivalente e spesso geniale, ha posto le basi per una poesia totalmente diversa: nel suo colossale canzoniere, La Lira, affronta gli argomenti più vari, rientrando in un’argomentazione che fa salti logici in apparenza slegati, ma che in realtà calzano a pennello in una ricerca nuova del linguaggio e del suo uso. Ovviamente questo riuso è fortemente colto: numerose sono le citazioni da Petrarca e Dante, numerosissime le iconologie dello Stilnovo, ma rinnovate con una forza poetica sconvolgente per l’epoca; l’idea che andava diffondendosi era quella di una poesia slegata dal cielo, dall’impegno religioso. Questa poesia, tuttavia, non è nuga Catulliana: è un riassemblamento di concetti nuovi sulla base di termini antichi e codificati.
Un verso su tutti, nel Proemio del Canzoniere, esemplifica questo cambiamento:

Altri canti di Marte, e di sua schiera (…)

(G. B. Marino, La Lira, 2007, RES edizioni)

Altri canti sta ad intendere una diversa interpretazione, oltre che un’aggiunta, della tradizione che l’ha preceduta, in vista di una poesia che smetta di guardare al cielo e cominci a guardare alla terra. Di fatti, sempre nel proemio:

I’ canto, Amor, da questa tua Guerrera
Quant’ebbi a sostener morali offese,
Come un guardo mi vinse, un crin mi prese:
Istoria miserabile, ma vera.

(Ibid.)


Ossia Marino traccia una storia compassionevole (miserabile), ma vera, aderente alla realtà: non c’è spazio per l’amore, ma per Gli amori. Il poeta si anima nella pluralità per definire il tracciato non di un percorso animistico, bensì umano, pur utilizzando l’iconologia della guerra legata ad Amore (legame già presente in Petrarca).
Non a caso in tutti i suoi sonetti c’è un’occasione alla base, che stratifica la narrazione in un complesso di analogie e simboli, derivanti dalla tradizione, ma riusati in funzione del reale: Marino è riuscito a dare carne all’etereo.
In questa direzione si fonda gran parte della poesia moderna e contemporanea, perché è proprio da qui che vediamo animarsi una nuova prospettiva in poesia, per cui il verso non deve distanziarsi dall’Uomo per ritrovarsi, ma ha da stare tra gli uomini, negli uomini, per raccogliere sempre più il sapore dell’essere umano, senza gli orpelli di un oltre, né tanto meno di un al di là.

Ciò che importa in Marino non è lo sguardo verso l’oltre, ma, appunto, l’osservazione dell’al di qua, ponendo al centro del suo immaginario l’umanità in tutte le sue sfumature. È per questo che ne La Lira trionfa la pluralità sul singolare, così come è per questo che ricorre spesso la figura dello specchio, del riflesso, che ricorda molto la teorizzazione Balzachiana dello scritto come riflesso del sociale. In questo caso non c’è un intento realista, ma rimane un seme per una letteratura dalle nuove esigenze e che scompone l’immaginario cattolico in forza di una nuova prospettiva tutta umana.

A cura di Victor Attilio Campagna

 

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