09:30 am
28 maggio 2017

Senza il triangolo rosa

Senza il triangolo rosa

Erano gli ultimi giorni di luglio. Le nuvole scure e pesanti ci dicevano quanto fosse evidente che, di lì a poco, il cielo avrebbe pianto sui prati maledetti intorno a noi. Io e il mio fidanzato camminavamo, tenendoci per mano, lungo un viale di pietra battuta; i nostri occhi erano bassi, anche se a volte si incrociavano, e il cuore bruciava a entrambi.

Camminavamo tra i prati maledetti di Auschwitz, seguendo una piccola comitiva fin troppo rumorosa e vivace per la sacralità del luogo: non posso dimenticare la coppia che si scattò un selfie sorridente con alle spalle uno degli ultimi vagoni usati per trasportare i detenuti. “Italiani,” pensai, “ci distinguiamo sempre”.

Camminavamo, io e il mio ragazzo, tenendoci per mano, nel peggiore degli inferni in cui cadevano i dannati di un periodo da dimenticare. Ormai chiunque sa che tra questi dannati si contano migliaia e migliaia di omosessuali, mutilati e torturati a causa di un amore che, quegli ultimi giorni di luglio, camminava vincitore lungo il viale di pietra battuta su cui tante persone hanno perso se stesse.

Un ricordo a tutti gli ebrei, gli zingari, i nemici politici, i comunisti, i testimoni di Geova e chi altri ha subito un martirio inconcepibile. Ma io sono omosessuale e non posso non sentire estremamente vicina a me la storia di chi ha vissuto la morte per un amore diverso; non posso non farmi tremare il cuore battendo sulla tastiera la parola omocausto.

Con il termine “omocausto” si intendono lo sterminio e la persecuzione delle persone omosessuali in epoca nazista, effettuato con il proposito di ripulire la società da individui che non rispondevano allo standard di uomo concepito dai gerarchi e dalla comunità. Attenzione: parlo di uomo non perché mi dimentichi dell’esistenza dell’omosessualità femminile, bensì perché questa era messa in ombra dall’ideologia maschilista del tempo; pertanto, il regime si focalizzò meno sulle donne lesbiche, che pure vennero deportate nei lager con l’accusa di essere membri asociali della comunità. Per un approfondimento a riguardo, rimando i alla lettura di questo articolo.

Forse per alcuni può essere sorprendente pensare che, prima del nazismo, la Germania godeva di un clima relativamente tollerante nei confronti degli LGBT: oltre che per la quantità di locali gay e per il discreto numero di persone che non nascondevano il proprio orientamento, Berlino si distingueva grazie alla presenza dei primi movimenti di liberazione omosessuale.

Nonostante, sin dalla sua nascita, il nazismo avesse una posizione chiara a riguardo, furono molti gli omosessuali che sostennero il regime, almeno fintanto che non iniziò lo sterminio sistematico della comunità gay maschile.

Se vi siete sorpresi con queste parole, tenetevi forte: il bello deve ancora arrivare. Il motivo di un cambio di direzione molto deciso – il passaggio da una posizione moderata e quasi disinteressata nei confronti dell’omosessualità a un’aggressione pianificata – è vicino ai rapporti personali e politici di Hitler più di quanto si possa immaginare.

Hitler sapeva da sempre che uno dei suoi principali collaboratori, Ernst Röhm, capo della SA, fosse omosessuale; lo sapeva, anche se poi arriverà a sostenere di averlo scoperto solo nel 1934. Non vi aveva mai dato peso, perché egli viveva la propria sessualità in modo discreto – anche se non completamente nascosto – e sapeva svolgere il suo lavoro con estrema efficienza.

L’amicizia tra i due gerarchi, però, si ruppe quando Röhm e le SA stavano acquisendo un potere che rischiava di compromettere i piani di supremazia di Hitler. Affiancato dalle fidate SS, il dittatore attaccò la base delle SA nella celebre notte dei lunghi coltelli; in quella occasione, Röhm venne catturato. La sua morte venne giustificata, tra le altre cose, con l’accusa di omosessualità. Fu da quel momento che il Fhurer calcò la mano sul tema, tanto da amplificare una tragedia che stava già prendendo piede per altri gruppi sociali, primo tra tutti quello ebraico.

Le milizie non persero tempo e organizzarono numerose retate nei locali gay, tenuti in piedi, almeno per alcuni tempi, appositamente per facilitare la cattura. Gli omosessuali iniziarono ad essere inviati nei campi di concentramento, dove, lo sappiamo bene, i nomi diventano numeri, le umiliazioni sono più frequenti del pane, la malattia è amica se porta alla morte; dove, in altre parole, gli uomini perdono la propria umanità.

Oltre che per il simbolo sulla divisa – il famoso triangolo rosa – la permanenza degli omosessuali nei campi di concentramento fu differente rispetto a quella degli altri detenuti. Non si può negare che i gay soffrissero sia tutte le piaghe, oggi fin troppo note, del campo sia la discriminazione delle altre persone rinchiuse, oltre che le umiliazioni e le violenze dei soldati da cui, eventualmente, erano presi di mira.

Esatto: gli omosessuali soffrivano la discriminazione e la derisione degli altri detenuti. Sembra impossibile, ma è così: anche in un momento tanto delicato, che dovrebbe avvicinare i cuori di chi è vittima di una stessa follia, ecco che la follia contagia le vittime stesse.

Non so voi, ma trovo terribile il pensiero che persino tra chi subisce una persecuzione possa esistere una stratificazione sociale che legittima la violenza. Di fronte a ciò, non possiamo che ammettere quanto la malvagità alle fondamenta di una dittatura nazista sia intrinseca alla natura umana e quanto sia necessario lavorare per impedire che questa riemerga.

È questo il punto su cui vorrei che chiunque avesse modo di riflettere. Dimentichiamo, per un istante, gli esperimenti inconcepibili a cui gli omosessuali erano sottoposti nei lager da parte di pseudoscienziati, tra cui il famoso Carl Vaernet. Lasciamo da parte la storia di Pierre Seel (http://legacy.fordham.edu/halsall/pwh/seel.asp), che pure vi invito a leggere, che si ritrovò a guardare il suo giovane e segreto innamorato mentre i cani dell’SS lo sbranavano vivo durante un’esecuzione pubblica, di fronte agli altri omosessuali detenuti. Cerchiamo di non pensare a tutto questo, che pure ha uno spessore tanto immenso da solleticare i cieli.

Investiamo, piuttosto, le nostre energie per essere più consapevoli di noi stessi e di ciò che è stato; raccontiamo queste storie con il cuore in mano a chi ci è vicino, soprattutto ai bambini, per evitare che crescano come quelle due persone che ho visto scattarsi selfie ad Auschwitz.

Ho la speranza intensissima che il mondo intero smetta una volta per tutte di commettere lo stesso errore ogni giorno: l’incubo nazista è solo il riflesso in grande della malvagità di cui siamo capaci. Spesso consapevolmente, rinchiudiamo qualcuno in piccolo campo di concentramento e lì lo torturiamo senza pietà.

I pregiudizi sono il primo segnale che, dentro di noi, questo sta accadendo. Succede con le donne, gli omosessuali, i transessuali, i testimoni di Geova, ma non solo.

Per piacere, non stanchiamoci di metterci nei panni degli altri. O l’incubo si ripeterà.

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