Lontano dalle prime pagine è iniziata, ormai dieci anni fa, una lunga polemica attorno alla figura di Pete Townshend, chitarrista della nota band inglese The Who. Scotland Yard ha infatti indagato riguardo a una serie di movimenti sospetti sulla carta di credito di Townshend, che pare abbia pagato per accedere a siti di materiale pedopornografico. L’accusa, a dir poco infamante, non è stata scansata dal musicista che, anzi, ha confermato la questione. Townshend si è giustificato dicendo di aver già informato le autorità a riguardo, poiché si stava al tempo documentando per scrivere la propria autobiografia, intitolata Who I Am, pubblicata da Harper Collins nell’ottobre 2012.

La necessità della ricerca pedopornografica è, a suo dire, necessaria alla luce degli abusi che il chitarrista stesso sostiene di aver subito da parte del padre.
In realtà il musicista, nel corso delle interviste che sono seguite all’avvenimento, ha discusso della faccenda dandone due spiegazioni del tutto differenti tra loro, ma non per questo mutuamente esclusive: la prima di queste è proprio il suo dubbio di aver subito violenza in età infantile, dubbio assurdo verrebbe da pensare, certe cose non si dimenticano, ma la censura in fondo non è un fenomeno così raro tra le meningi, una sorta di ‘cervello non vede, cuore non duole’. Considerando verosimile, allora, l’affermazione di Townshend, dove possiamo trovare prove, o almeno indizi, della sua non colpevolezza?
Certamente il vettore più semplice a cui pensare è proprio la musica che l’artista in questione ci ha donato, per dirla con le parole di Lobato Dumond:

Senza il delirio l’artista muore, e la follia rende l’artista sano nella sua arte malata

La musica spesso non è che il sintomo e al contempo la cura di disagi mentali e intellettuali, e in questo caso ci viene in aiuto e crea una certa consistenza logica attorno alle scuse/difese di Pete. Fin dagli albori degli Who si nota come l’espressione artistica di Pete Townshend orbiti frequentemente attorno al tema della giovinezza rubata e costruisca sinistri racconti di ragazzini persi ed alienati. Per fare un esempio, si possono citare le peripezie notturne del giovane protagonista di Pictures of Lily (1967), oppure, parimenti, le vessazioni che subisce il protagonista di “I’m a Boy”, costretto a vestire e  comportarsi come una bambina perché la madre non riesce ad accettarne il sesso. E questi non sono che dettagli quando ci accorgiamo che quella che probabilmente è l’opera massima degli Who, Tommy, non è altro che una grande storia musicata di abusi, traumi e violenze che perseguitano un bambino, testimone dei tradimenti della madre, del conseguente assassinio dell’amante della stessa da parte del padre ed è, come se non bastasse, violentato dallo zio. Tommy è una storia di sofferenza, catarsi e rivalsa che, seppur iperbolica, tradisce il sano e onorevole bisogno dell’autore di esorcizzare i propri mali.
Come già accennato Townshend, nel corso degli anni, fornisce due chiavi di lettura del problema nel quale è incappato. Se da un lato dice di aver bisogno di documentarsi, dall’altro, parole sue, afferma di essere per così dire affetto da una white knight syndrome che nel caso in questione lo ha spinto, preso dalla foga e dall’impeto dell’indignazione, ad agire in modi sbagliati con l’intenzione di combattere il fenomeno, alias la pedopornografia. Questa ambiguità, in fin de’ conti, può avergli anche giovato: quella che sarebbe potuta essere l’ennesima gogna mediatica per il VIP di turno è implosa sul nascere lasciando indenne il suo protagonista, che non ha perso l’occasione e, in una intervista della BBC, alle solite incalzanti domande sull’accaduto ha tagliato corto:

on this particular topic you have to read the book

Il mondo è dei furbi dopotutto. Chissà se alla resa dei conti scopriremo che in realtà il misterioso Pete s’è lasciato dietro, nel corso degli anni, manciate di infanzie violate, giovani vittime, teneri corpi condannati, come disse un poeta, a perdere la verginità prima dell’ultimo dente da latte?

A cura di Lukas Johnston