Il suicidio divide l’opinione pubblica da sempre. Alcuni trovano il suicida un vigliacco, altri ritengono sia un coraggioso. Da una parte un mondo di affetti in lutto, dall’altra tutte le sofferenze esistenziali terminate definitivamente. In effetti però i suicidi non sono tutti uguali, Durkheim nell’opera “Il suicidio” tratta del problema affermando che le vere cause del suicidio sono in realtà sociali, quindi esterne e che i suicidi sono di tre tipi:

egoistico: ricollegato alle credenze religiose, politiche e sociali si presenta quando la società non si impone in modo adeguato sugli individui e l’individualismo prevale sulla coesione sociale. Maggiore è  il senso di unità e appartenenza che induce nei credenti una religione minore è il tasso di suicidi.

altruistico: fondato sul prevalere della collettività sull’individuo, avviene quando viene meno la funzione dell’individuo nella società.

anomico: sorge in assenza di regole poiché gli uomini hanno bisogno di un’autorità morale che faccia da freno. Quando lo sviluppo economico fa credere che ogni meta sia raggiungibile, l’uomo che non sa autoregolarsi, appare sempre insoddisfatto.

La famiglia se è ben integrata può preservare dal suicidio mentre la politica in situazioni di instabilità può generare un numero più alto di suicidi.  Secondo il modo di vedere di Durkheim, dunque, le reali motivazioni sono da ricercarsi all’esterno e non all’interno degli individui. Questo teoricamente non toglierebbe ogni responsabilità al suicida? E poi, se le cause fossero esterne si dovrebbe parlare del suicidio come se fosse una malattia più che una scelta?

Ovviamente quella di Durkheim è una teoria, nutre certamente di parecchio consenso nel mondo della sociologia anche se si tratta di un pensiero di più di un secolo fa, perché il suo trattato è del 1897. È forse possibile arrivare ad un compromesso tra l’idea diffusa nella nostra società che il suicidio sia una scelta personale da condannare o santificare e la teoria di Durkheim per la quale nessuno sceglie di suicidarsi, lo fa perché “costretto”.

Dando ormai per assodato che le cause esterne siano determinanti resta comunque un margine di scelta individuale. La speranza è il reale motore dell’esistenza umana, l’economia e la politica si basano principalmente sull’aspettativa dunque sulla speranza. Sin dal concepimento siamo davanti ad una parete nera, non ci è dato sapere nulla, l’unica certezza la morte. Questa è la condizione umana e se nonostante questo siamo arrivati al punto di poter decidere da soli della nostra vita significa che un po’ di speranza l’avevamo e che abbandonarla è stata una scelta personale ed individuale. Ciò non toglie che senza eventi esterni non avremmo maturato il desiderio di suicidio. Non resta dunque che sperare di non smettere di sperare!