Di Victor Attilio Campagna

 

Date le stragi m’è venuto a pensare

quanto sia paradossale definire strage

da guerra o omicidio da assassinio…

non per retoriche neofite, né per piaggeria:

qual è il limite difficile dirlo,

perché è tutto così sottile quaggiù,

dove la morte e la vita combaciano

in un pianale di nanosecondi,

frazioni di frazioni di vita, emivite

tra le vite, che ci si potrebbe incarnare

anche in un nucleo si volesse esagerare.

In questa complessità, stratificazione,

chi può dire in definitiva il significato della terra

della morte? Nessuno.

Fatto sta che fossi nei conduttori di telegiornali

non mi asterrei dal dire che per ogni vittima

dovremmo contare gli anni che ha vissuto,

assieme alle epoche d’amore, di padre, madre,

contare giorno per giorno la vita. Solo così

daremmo valore alla morte, col tempo trascorso,

col passato e le sue prospettive.

Perché solo di questo colonnato vale la vita.

 

 

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