di Diego Maroni

È successo: dopo cinque lunghi mesi di elezioni primarie Hillary Clinton correrà per la presidenza degli Stati Uniti d’America, la prima donna nella storia dei due grandi partiti. I risultati degli ultimi turni di primarie sanciscono la vittoria della candidata democratica.

Nel complicato sistema elettorale Americano è previsto che ciascuno dei due partiti proceda a selezionare una rosa di candidati alla nomination i quali si sfidano durante la prima parte dell’anno vedendosi assegnato, per ciascuno dei 50 Stati membri, un numero di delegati proporzionali ai voti ottenuti. Tali delegati parteciperanno poi, in estate, alla convention di ciascun partito in cui verrà formalmente deciso il nome che correrà per la presidenza nelle elezioni di novembre.

Solitamente di basso profilo, le primarie del 2016 segnano un’eccezione che probabilmente interesserà per lungo tempo politologi e addetti al settore: tanto il partito democratico quanto quello repubblicano, infatti, sono stati segnati da forti spaccature dovute alla presenza di candidati portatori di un messaggio politico del tutto anomalo negli Stati Uniti. Tutti hanno sentito sicuramente parlare di Donald Trump, il magnate newyorkese che ha deciso di buttarsi in politica per i repubblicani. Il programma di Trump, di stampo fortemente nazionalista e demagogico, ha preoccupato non solo i governi di buona parte dell’occidente ricevendo frequenti critiche, ma la stessa leadership del partito repubblicano, non abituato a una simile radicalizzazione dei contenuti. Nonostante, però, i numerosi tentativi da parte del GOP (Great Old Party) di trovare un’alternativa più vicina alla tradizione repubblicana (prima Marco Rubio, poi John Kasich ed infine Ted Cruz, tre personalità più classiche di Trump) non si è potuto prendere atto della forza politica di Trump, il quale è giunto al numero di delegati sufficienti ad assicurargli la nomination.

Uguale e contraria è stata la storia delle primarie nel partito democratico. Fin dall’inizio la lotta si è polarizzata tra Hillary Clinton, simbolo dell’establishment democratico Americano, moglie dell’ex presidente Bill Clinton (1993-2001) e nominata Segretario di Stato da Obama (il quale l’aveva tra l’altro battuta alle primarie del 2008) durante il suo primo mandato, e il senatore del Vermont Bernie Sanders, probabilmente la nota più anomala della politica Americana degli ultimi anni. Sanders, il quale ha deciso di giocare fino all’ultimo voto la battaglia contro la Clinton nonostante già da un mese fosse in chiaro svantaggio, ha incentrato la sua campagna elettorale su temi a cui la politica americana non è abituata. I contenuti principali erano l’innalzamento del salario minimo, lo smembramento delle grandi banche, forti aumenti per le tasse delle fasce più ricche della società americana e di un servizio sanitario nazionale totalmente gratuito. La forte impronta populista di Sanders ha portato dalla sua gran parte dei più giovani, scontrandosi però con l’elettorato adulto, il quale si è dimostrato restio a fidarsi di un programma socialista (parola che negli USA fa ancora molta paura ai più). Nelle schiere dei democratici, reduci da 8 anni di amministrazione Obama, non ci si è voluti spingere più in là delle forti novità introdotte dal presidente in carica, e le primarie hanno sancito la vittoria della Clinton.

Si apre ora la fase più interessante del processo delle primarie: la cosiddetta convention. Si tratta di un congresso che si terrà dal 25 al 28 luglio a Philadelphia a cui prenderanno parte tutti i delegati democratici eletti in ogni Stato. Pur non essendo vincolati nel voto, ciascuno di essi durante la campagna elettorale ha espresso chiaramente, come da prassi, il candidato alla nomination per cui si sarebbe schierato nella votazione finale. Durante la convention i delegati di Sanders avranno quindi tutto l’interesse a forzare la discussione sul programma elettorale della Clinton per spostarlo su temi più di sinistra in cambio dell’appoggio aperto alle elezioni in novembre. Dall’altra parte la Clinton sa bene di aver bisogno dei voti degli elettori di Sanders, una fetta assai consistente dell’elettorato, per avere la possibilità di prevalere su Trump, il candidato repubblicano, e cercherà dunque di accontentare le richieste di Sanders e dei suoi.

Non possiamo dire in partenza come si risolverà la convention, tanto più che la Clinton ha chiesto un incontro privato con Sanders dopo i risultati delle primarie in California, lo Stato che da solo assegnava 550 delegati, vinti in maggioranza dalla candidata di Chicago, del 7 giugno al fine di trovare un possibile accordo già prima della convention. Il dibattito e la presenza di Sanders nella corsa alla nomination ha sicuramente influenzato la politica americana in maniera incontrovertibile, evidenziando come un numero sempre più grande di americani si definiscano senza nessun problema “socialisti”.

Come si è visto il sostegno di Sanders alla Clinton non è assolutamente scontato, ma tutti sanno come sia l’unico modo per poter confermare una presidenza democratica agli Stati Uniti, ed entrambe le parti faranno leva su questo argomento per averne il massimo vantaggio.

 

Credits