“Bastan poche briciole, lo stretto indispensabile, e i tuoi malanni puoi dimenticar!” Se questa canzone non vi riporta indietro nel tempo facendovi rivivere i vostri 5 anni, forse dovete proprio correre al cinema e vedere il live action del Libro della Giungla, il classico di R. Kipling reso ancora più indimenticabile dalla Disney dal cartone del 1967. Ultimamente la Disney si è cimentata spesso con questo nuovo format, che prevede la traduzione dei cartoni classici in film (con tutti i limiti e i vantaggi che possono portare) e, a parte la sfida creativa, non si può dire che sia sempre riuscito. Con il Libro della Giungla sono però riusciti a raccontare la storia di Mogwli sotto un nuovo punto di vista, decisamente più complesso e accattivante rispetto al cartone. Il personaggio spicca perché, oltre ad essere l’unico essere umano presente in tutto il film, trasmette il meglio dell’umanità: l’ingegno che supera i limiti fisici, il coraggio davanti all’incognito e la perseveranza necessaria a portare avanti ciò in cui si crede. Rispetto alla storia classica, tutto è un po’ più cupo e spaventoso, ma più credibile. Sembra quasi di poterla vivere la legge della giungla e la sua crudele durezza. Shere Khan, la terribile tigre-mangiauomini, è un cattivo che incute timore, come non se ne vedevano da tempo (magari influenzato dai cattivi di grande calibro che ultimamente popolano il piccolo schermo). Gli altri personaggi, giganteschi animali creati e animati con una perizia unica, sono sempre epici, teatrali. Con le giuste differenze rispetto al cartone, si è scelto di mettere da parte l’anima giocherellona e di sfruttare, anche nella caratterizzazione dei personaggi, la forza della computer grafica. Il personaggio di Kaa, ad esempio, è affascinante, pauroso e  ben costruito, assolutamente coerente col ruolo giocato all’interno della storia. Una menzione di merito va anche ai paesaggi: il regista Favreu è riuscito a trasmettere la potenza dei personaggi anche nella bellezza e maestosità della giungla indiana. Mentre guardavo il film, ho immaginato che tipo di effetto potesse avere su un bambino dato che io stessa ne ero profondamente impressionata. Un ultimo ma dovuto riconoscimento va al piccolo Neel Sethi, che è riuscito a recitare in condizioni dove nemmeno il grande Ian Mckellen (Gandalf nelle due trilogie di Peter Jackson sul mondo tolkeniano) era riuscito a sopportare. Tuttavia, la solitudine sul set si percepisce: ci sono dei momenti in cui è possibile vedere il vuoto negli occhi dell’unico attore, un vuoto umano non indispensabile ma forte.

In ogni caso, se avete voglia di essere stupiti e uscire dalla sala con un po’ di meraviglia negli occhi, vi consiglio fortemente di fare questo salto nella Giungla!

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