di Lucrezia Benedetti

Sin dagli anni Venti l’uomo è sempre stato affascinato dall’idea di costruire robot, androidi, umanoidi, insomma: qualsiasi genere di surrogato umano creato con le più avanzate tecnologie a sua disposizione.

Partendo da Maria in Metropolis, robot replica della protagonista della famosissima pellicola di Fritz Lang, arrivando a Blade Runner di Ridley Scott con Harrison Ford come attore protagonista, ex agente di polizia, che si trova ad inseguire degli androidi delinquenti in una Los Angeles distopica. Questi sono solamente due esempi delle innumerevoli pellicole di fantascienza che trattano questo argomento; fra loro c’è un balzo generazionale di quasi quarant’anni, ma hanno comunque tratti comuni che possiamo trovare in altri film dello stesso filone.

Arrivati nel cosiddetto futuro, non abbiamo smesso di fantasticare sulle possibili invenzioni o scoperte tecnologiche, infatti il regista inglese Alex Garland ci propone il suo Ex Machina che ha vinto l’Oscar come miglior effetti speciali.

Se Blade Runner degli anni Ottanta era ambientato in un futuro lontano cioè in un, all’epoca impensabile 2019, in Ex Machina sembra non esserci tempo. Sicuramente siamo ai giorni nostri, il futuro, ma non presenta riferimenti spaziotemporali precisi, sembra galleggiare nel tempo e nello spazio lasciandoci senza coordinate valide. Il film inizialmente procede lento e senza tratti particolarmente distintivi rispetto ad altre pellicole del genere, i ruoli sono tipizzati e dei più classici e buona parte delle scene, escludendo alcune battute dai toni forti, non colpisce certo per inventiva.

I protagonisti umani sono due: il programmatore Caleb Smith interpretato da Domhnall Gleeson e Oscar Isaac che riveste il ruolo del suo capo Nathan Bateman , amministratore delegato della Blue Book. Caleb si aggiudica la possibilità di trascorrere del tempo nella “casa in montagna” di Nathan ma, una volta arrivato, si accorge di essere isolato dal modo e in un bunker tecnologico. Il proprietario di casa è un barbuto hipster misantropo con la passione per l’alcool; ha però una mente geniale, infatti tutto quello che li circonda è di sua invenzione e per questo ha la più totale ammirazione di Caleb, che riveste il classico ruolo del ragazzo nerd intelligente ma forse poco sveglio, timido, introverso e senza amici.

A Caled viene rivelato sin da subito che la casa non è altro che un enorme laboratorio e lui è stato scelto, non dalla Dea bendata, ma dalla Blue Book per eseguire il test di Turing su Ava, una macchina umanoide, per verificare se questa ha o meno una reale intelligenza e coscienza di sé. L’umanoide Ava, interpretata da Alicia Vikander, appare come una modella dal fisico perfetto che rispecchia in pieno i canoni estetici richiesti ad una donna ed è sicuramente appetibile per un largo pubblico maschile.

Probabilmente, sarebbe il sogno nel cassetto di Theodore Twombly, il protagonista del film Her, il quale si innamora del sistema operativo OS 1 che però non ha corpo dato che è solamente un software. Ava farebbe al caso suo: è intelligente, sveglia, empatica e, cosa fondamentale, materiale. Così come il protagonista di “Her”, nel corso dell’esperimento, Caleb conosce sempre meglio Ava e si scopre sempre più attratto da lei, che a sua volta ricambia il sentimento.

Il film prevede questo risvolto romantico tra Caleb che, convinto di salvare la sua amata di fibra ottica, cercherà di aiutarla ad evadere dalla prigione-laboratorio per non farle fare la fine dei modelli precedenti a lei, usati da Nathan come cameriere o bambole sessuali, visto che sono donne in tutto e per tutto.

La nuova corrente fantascientifica sembra sempre più avvicinarsi a questo aspetto “cyber- sentimentale”, una sorta di amore perfetto che però non riesce a soddisfarci comunque e ci riporta sui nostri passi. Così come Theodore, anche il nostro Caleb avrà modo di ricredersi. Se negli anni precedenti film di questa corrente presentavano storie che portavano l’osservatore ad incuriosirsi verso queste repliche umane, le nuove pellicole sembrano biasimare la tanto materialità della vita, per una riscoperta di piccoli gesti, anche quelli imperfetti, che forse proprio per questo ci ricordano di essere degli esseri umani, migliori delle macchine.

In Ex Machina, come monito, troviamo svariati presagi di sventura e scetticismo verso il progresso tra cui due riferimenti alla bomba atomica: la canzone Enola Gay e la famosissima citazione di Oppenheimeir, il fisico che partecipò alla costruzione della prima bomba atomica e che abbandonò il lavoro per una crisi di coscienza: “Sono diventato Morte, il distruttore dei mondi”. Questa citazione, presa dal Bhagavadgita, testo sacro hindu di origine antichissima, forse ha qualcosa in più da insegnarci rispetto alla tecnologia che, per quanto possa essere evoluta e credibile, rimarrà sempre asetticamente lontana dall’imprevedibile intelligenza umana.

Trailer in italiano:

CREDITS

Copertina