di Anita Mestriner 

 Ho scoperto Wislawa Szymborska quando avevo 16 anni e cominciavo ad affacciarmi al meraviglioso mondo della poesia.

Non so dove avessi sentito il suo nome, ma subito andai su internet a cercare le sue poesie.

Me ne innamorai.

Inutile dirvi che imparai il suo nome a memoria per quante volte lo digitavo sulla tastiera in cerca di altri reperti, che magari mi erano sfuggiti nella ricerca.

Non parlavo che di lei, ormai i miei amici erano stufi.

Talmente stufi che uno di loro mi comprò il volume con tutte le sue poesie, enormemente costoso ed enormemente stupendo.

Passavo ore a leggere le sue poesie, segnando le mie preferite e andandole a rileggere ogni tanto.

Volevo scrivere come lei.

Volevo avere la sua grazia, il suo modo così leggero di indagare il mondo e quello che la circonda.

Raramente scrisse poesie d’amore, ma quelle poche che ha creato riescono a farti tremare dentro.

Se fosse ancora viva credo che farei un pellegrinaggio fino in Polonia sotto casa sua e in qualche modo le direi che la sua poesia mi migliora ogni giorno che passa.

Come fa la sua poesia a migliorare una persona?

La poesia è talmente universale che non ti fa mai sentire solo.

E come dice Wislawa: «Preferisco la vergogna di scrivere poesie, alla vergogna di non scriverne».

 

 

La fine e l’inizio

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie

ai bordi delle strade

per far passare

i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare

nella melma e nella cenere,

tra le molle dei divani letto,

le schegge di vetro

e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave

per puntellare il muro,

c’è chi deve mettere i vetri alla finestra

e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,

e ci vogliono anni.

Tutte le telecamere sono già partite

per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti

e anche le stazioni.

Le maniche saranno a brandelli

a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,

ricorda ancora com’era.

C’è chi ascolta

annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri

che troveranno il tutto

un po’ noioso.

C’è chi talvolta

dissotterrerà da sotto un cespuglio

argomenti corrosi dalla ruggine

e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva

di che si trattava,

deve far posto a quelli

che ne sanno poco.

E meno di poco.

E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto

le cause e gli effetti,

c’è chi deve starsene disteso

con una spiga tra i denti,

perso a fissare le nuvole.

 

 

 

Qualche parola sull’anima

L’anima la si ha ogni tanto.

Nessuno la ha di continuo

e per sempre.

Giorno dopo giorno,

anno dopo anno

possono passare senza di lei.

A volte

nidifica un po’ più a lungo

sole in estasi e paure dell’infanzia.

A volte solo nello stupore

dell’essere vecchi.

Di rado ci da una mano

in occupazioni faticose,

come spostare mobili,

portare valige

o percorrere le strade con scarpe strette.

Quando si compilano moduli

e si trita la carne

di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni

partecipa a una,

e anche questo non necessariamente,

poiché preferisce il silenzio.

Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,

smonta di turno alla chetichella.

È schifiltosa:

non le piace vederci nella folla,

il nostro lottare per un vantaggio qualunque

e lo strepito degli affari la disgustano.

Gioia e tristezza

non sono per lei due sentimenti diversi.

E’ presente accanto a noi

solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei

quando non siamo sicuri di niente

e curiosi di tutto.

Tra gli oggetti materiali

le piacciono gli orologi a pendolo

e gli specchi, che lavorano con zelo

anche quando nessuno guarda.

Non dice da dove viene

e quando sparirà di nuovo,

ma aspetta chiaramente simili domande.

Si direbbe che

così come lei a noi,

anche noi

siamo necessari a lei per qualcosa.

 

 

L’odio

Guardate com’è sempre efficiente

come si mantiene in forma

nel nostro secolo l’odio,

con quanta facilità supera gli ostacoli

come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti,

insieme più vecchio e più giovane di loro,

da solo genera le cause

che lo fanno nascere.

Se si addormenta il suo non è mai un sonno eterno,

l’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione

purché ci si inginocchi per il via

Patria o non patria

purché si scatti alla partenza

Anche la giustizia va bene all’inizio,

poi corre tutto solo,

l’odio. L’odio.

Una smorfia di estasi amorosa

gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti

malaticci e fiacchi!

Da quando la fratellanza

può contare sulle folle?

La compassione è mai

arrivata per prima al traguardo?

Il dubbio quanti volenterosi trascina?

Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso…

Occorre dire quante canzoni ha composto?

Quante pagine ha scritto nei libri di storia?

Quanti tappeti umani ha disteso

su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:

sa creare bellezza

splendidi i suoi bagliori nella notte nera

magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata

innegabile è il pathos delle rovine

e l’umorismo grasso

della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto

tra fracasso e silenzio

tra sangue rosso e neve bianca

e soprattutto non lo annoia mai

il motivo del lindo carnefice

sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.

Se deve aspettare aspetterà.

Lo dicono cieco. Cieco?

Ha la vista acuta del cecchino

e guarda risoluto al futuro.

Lui solo.

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