di Marco Capozzi

La Galleria degli Uffizi, seguita da molti altri musei italiani, vieta l’uso del selfie-stick. La decisione è stata presa anche per le poco eleganti foto della cantante Katy Perry in giro per l’Italia. Devo dire che sono foto divertenti, volgarotte ma assolutamente innocue e inoffensive.

Chi non si è mai fatto un selfie? La pratica è molto diffusa e la conosciamo tutti.

Pics or it didn’t happen” (fotografalo o non è avvenuto). Le foto immortalano un evento che vorremmo scolpito e siccome la memoria non basta (mah!), lo fotografiamo, per farlo esistere concretamente. In tutte le principali piazze delle città d’arte, e non, troviamo molti venditori di selfie-stick e gli acquirenti pronti a immortalarsi, come se fossero loro la vera opera d’arte, o, per meglio dire, l’opera d’arte acquista importanza in quanto loro ci sono accanto (o davanti). Una sorta di dadaismo esistenziale. Per i dadaisti era l’artista, con la sua firma, a dare valore all’opera e così oggi è la nostra faccia a darne un senso, un significato.

Si parla moto di disturbo da deficit dell’attenzione o di poca memoria da parte delle nuove generazioni e, a mio parere, la grande popolarità del selfie sta proprio a indicare quanto trovi conferma tutto questo, la memoria è qualcosa di troppo astratto e, soprattutto, nessuno può vederla e commentarla. La foto sì. Nella foto ci rispecchiamo, ci sondiamo continuamente, un sondaggio secondo per secondo delle nostre emozioni, dei nostri sensi, del nostro pensiero, quasi a doverli rafforzare, cristallizzare in un istante da condividere e commentare.

L’esistenza trova concretezza nell’immagine di sè, così come i luoghi visitati son simili a figurine da collezionare e appiccicare negli album per suscitare partecipazione e immedesimazione, se non rispecchiandovisi completamente.

I selfie-stick sono vietati, ufficialmente, per motivi di sicurezza, ma sottosotto, a mio parere, anche per una forma di pudore del Ministero dei beni culturali, restio a vedere altre foto come quelle di Katy Perry.

Mi piace fare foto, ma non amo molto comparire accanto a un monumento o opera d’arte, ma questo vale per me, non per tutti. Trovo stimolante ricordare l’evento, perché la memoria risulta plastica e non legata alla veridicità dell’episodio, ma piuttosto alla sua emotività, alle sensazioni suscitate da quel luogo, da quel quadro, similmente a quanto accade a un fumatore che beve un caffè e che sente la necessità, il gusto della sigaretta. Ci pensa il nostro cervello, non c’è bisogno di far lavorare dita e occhi per averne un’immagine concreta, oltre al fatto (ma anche questo vale per me e non per tutti) da essere accompagnato da una forma di riservatezza che mi porta a non voler condividere con una cerchia di persone tutto il mio mondo. Il selfie è un segno, un’immagine fin troppo condivisibile, alla portata di commenti di una fetta troppo ampia di persone.

Il selfie-narcisismo non è una malattia, né un male della società, la trovo solo una spiacevole abitudine che mi auguro non si sostituisca mai al piacere del ricordare per se stessi.

CREDITS

Copertina