I modi per comunicare sono molti, così come numerose sono le sfumature con cui un unico concetto può essere espresso, variando registro a seconda del contesto di enunciazione e della persona con cui si ha a che fare. Le nostre parole sono spesso accompagnate da gesti ed espressioni facciali che contribuiscono a “riempire” e “formare” il significato di ciò che vogliamo proferire: non solo parole in definitiva.

Ma per l’uomo comunicare compiutamente senza articolare parole è possibile? Sareste mai in grado di invitare a colazione qualcuno per delle uova strapazzate senza poter parlare? Se si vuole escludere il ricorso ad una mimesi teatrale degna di Charlie Chaplin, che implicherebbe per giunta un’ampia fantasia e doti artistiche non trascurabili, saremmo costretti ad ammettere un fallimento.
In realtà un modo c’è.

Già Erodoto, nel IV libro delle sue Storie, accennava a dei trogloditi etiopi i quali “parlano una lingua che non somiglia a nessun’altra, anzi emettono strida assai acute, come i pipistrelli.” Si tratta di una primitiva forma di quelle che i linguisti chiamano lingue fischiate, oggi diffuse fra circa 70 popolazioni diverse, per lo più localizzate in zone di fitta vegetazione o di montagne isolate.

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Nelle lingue fischiate, i fischi sostituiscono le nostre usuali parole: a rendere possibile la discrezione del continuum fonico, con il relativo riconoscimento delle unità frasali, è il parametro dell’altezza.
Nelle comunicazioni con lingue tonali – lingue in cui la variazione di tono di un’unica sillaba determina e muta il significato della sillaba stessa -, all’intonazione ascendente del tono parlato corrisponde l’altezza crescente di un fischio. In quelle non tonali invece l’altezza costante di un fischio corrisponde alle vocali, per cui per riprodurre una /i/ si ricorre ad un fischio più alto di quello impiegato per una /e/.

La lingua fischiata permette ai parlanti di comunicare tra loro a distanze molte elevate: si stima che in media i fischi siano comprensibili ad una distanza di 700 metri, contro i 200 metri delle grida e i 40 metri del linguaggio parlato.
Questa tecnica, oltre che per le comunicazioni a distanza, è anche impiegata dalle popolazioni in rituali di corteggiamento o per esprimere messaggi segreti in presenza di estranei.

Uno degli esempi più noti agli studiosi di lingua fischiata è il silbo gomero (dove silbo significa fischio), parlata in Spagna a La Gomera, un’isola delle Canarie, e immessa nel 2009 nella lista dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità dall’UNESCO.
A tutela della minoranza linguistica che utilizza questa lingua, nel 1999 è stato introdotto a La Gomera l’insegnamento obbligatorio del silbo gomero e sono stati istituiti dei programmi governativi per la formazione di docenti di lingua fischiata.
Per imparare il silbo sono disponibili corsi specializzati organizzati dall’associazione culturale e di ricerca Silbo Canario Hautacuperche; di recente è stata lanciata anche una app, Yo Silbo, con cui è possibile ascoltare frasi fischiate correttamente.

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Gli studi dei linguaggi fischiati permettono di esplorare le capacità cognitive del nostro cervello e, poste in relazione alla neurobiologia, consentono di approfondire le nostre conoscenze sulle modalità con cui il cervello umano elabora le informazioni uditive.

Grazie alle lingue fischiate potremmo quindi facilmente invitare a colazione il nostro vicino di casa per delle uova strapazzate senza scomodarci troppo. A lui la risposta. E niente, quando saranno pronte… fammi un fischio!

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