Baby modelli utilizzati come sponsor, quanto può essere pericoloso?

Sono molte ormai le lamentele di chi in rete denuncia l’utilizzo che le case di moda fanno del corpo dei bambini per promuovere un prodotto. I “babymodelli” vengono “adultizzati” e in alcune situazioni addirittura sessualizzati.

Prendiamo ad esempio i cartelloni pubblicitari di Armani, Monnalisa e Lù Lù dove, soprattutto le bambine, vengono riprese in pose ed espressioni innaturali per la loro età, ma che caratterizzerebbero una fotomodella adulta. Alcuni parlano addirittura di “furto dell’infanzia”; vengono mandati dei messaggi che hanno la conseguenza di “comprimere” ed “accelerare” l’infanzia, come bene illustra l’acronimo creato in America KGOY (Kids Growing Older Younger), bambini che si comportano da adulti, bambini che sono già adulti.
Ma questo “moralismo” che dilaga sul web non è fine a se stesso: si teme infatti che tali immagini, offrendo corpi di bambini in pose semiprovocanti, possano attirare l’appetito di pedofili e pervertiti.

Come mai quindi l’erotizzazione del corpo infantile è una tendenza così diffusa tra gli operatori della pubblicità? Se ci soffermiamo un attimo sui meccanismi che regolano i messaggi pubblicitari, non tarderemo a capire che il sesso può essere ed è effettivamente utilizzato per vendere qualsiasi cosa. In questi casi l’operatore vuole vendere dei prodotti che sono sì destinati ai bambini, ma che vengono acquistati da adulti.

Lo stimolo erotico è quindi pensato per raggiungere gli adulti, il che rende la cosa un po’ ambigua. C’è però chi dissente su questo punto, per una semplicissima ragione: il pedofilo è attratto dai bambini poiché è attratto dalla loro purezza e dalla loro innocenza, potrebbe mai essere attratto quindi da bambine grottescamente truccate da adulte, che di puerile innocenza non conservano nulla? La questione rimane irrisolta, sia perché gli operatori pubblicitari non sono disposti a rinunciare a queste fonti di guadagno sicuro, sia perché, ogni qualvolta si cerchi di portare avanti una campagna di sensibilizzazione al problema che abbia un impatto più forte e diretto del semplice “lamentarsi su un blog”, questa è destinato a fallire.
È il caso del fotografo e artista Erik Ravelo che ha intrapreso una campagna dal titolo Los Intocables per denunciare la violenza sui minori. Una serie di immagini rappresentano dei bambini crocefissi sulla schiena di adulti: c’è il soldato con le armi in mano, l’immancabile prete e il – sempre inquietante- clown di Mc Donald’s. Ravelo ha postato queste immagini sul suo profilo Facebook, ma non appena ha pubblicato una foto (precisamente quella che ritraeva un prete di spalle con un bambino seminudo sulla schiena)  è scattata la censura “per contenuti inappropriati”. Erik Ravelo, di origini cubane, si è visto costretto ad andar via dal suo paese natio all’età di 18 anni per poter continuare a lavorare liberamente, ma ora si trova a dover fare i conti con gli stessi problemi qui in Italia. Non è la prima volta che si verifica un avvenimento del genere, è successo a vari artisti “di denuncia” e a numerosi gruppi di attivisti, tra i quali Le Femen. Ora c’è da chiedersi se di certi argomenti sia più scomodo parlarne o non parlarne.

A cura di Sabina De Silva

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