Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares di Fernando Pessoa

Di frammento in frammento si dispiega Il libro dell’inquietudine, testo dal titolo unico, nella sua schiettezza spiazzante. Il lettore sa che sta per incontrare parole intrise di profondo, scalpitante, ma silenzioso tormento. Ci troviamo nella testa e sui fogli di Bernardo Soares, un contabile di Lisbona, impiegato come tanti, taciturno e silenzioso. Non è importante il momento storico; le riflessioni di questo uomo sono senza tempo, e anche senza spazio, galleggiano sul mondo e implodono nel nostro intimo. Si tratta di un diario intimo, eppure leggendolo si percepisce una volontà, un forte desiderio di svelamento; Bernardo Soares vuole essere pubblico, vuole essere letto, vuole mostrare tutto di sé, mettendo in luce la scomodità di certi aspetti umani. Sembra volerci dire: “Eccomi, guardatemi, questo è lo schifo che ho dentro, questa è l’angoscia che provo… e, pensate, vi appartiene!”. Legge nel pensiero, questo Bernardo (questo Fernando); mi è capitato infatti di formulare delle strane teorie sulla vita e sul suo non-significato, e lo stesso giorno imbattermi in quei medesimi arzigogoli mentali sfogliando il journal intime del signor Soares!

“Sono diventato una figura da libro, una vita letta. Quello che sento senza volerlo lo sento per poter scrivere di averlo sentito. Quello che penso diventa subito parole, si mescola con immagini che lo disfano, si apre in ritmi che sono un’altra cosa. A forza di ricompormi mi sono distrutto. A forza di pensarmi, io sono ormai i miei pensieri e non più io. Ho sondato me stesso e ho lasciato cadere la sonda; vivo pensando se sono profondo oppure se non lo sono, senz’altra sonda, ormai, al di là del mio sguardo che mi mostra con chiarezza in nero, nello specchio del grande pozzo, il mio volto che mi contempla nell’atto di contemplarlo”.  

Una riflessione fra tante, tantissime, che esprime nel migliore dei modi la sensazione del narratore di essere soltanto pensiero, soltanto testa. La vita scorrevole viene osservata da una finestra, quella del suo ufficio, quella della sua stanza, ma resta lì, guardata, fuori. L’esistenza inventata, sentita, sperata, immaginata, interiore è quella che Bernardo Soares percepisce davvero. Egli vive se stesso, niente di più, niente di meno. Non poteva essere che un’autobiografia il genere destinato a un personaggio di tal fatta. Ma si tratta poi davvero di un’autobiografia? Fatti, avvenimenti, momenti cruciali della vita di un uomo non sono gli argomenti di questo libro, ma non solo, pare che non siano nemmeno degni di essere raccontati. Ciò che importa è quello che sta prima (o forse dopo?), è quello che sta sotto (o forse sopra?) tutto questo. Ovvero l’essere umano spogliato di tutto, spogliato addirittura della vita, dei rapporti sociali, del lavoro… l’essere umano in questo essere, in quanto “idea” di se stesso. Il rapporto con il mondo esterno è solo un legame visivo; come un fantasma Bernardo si muove e descrive in modo sublime, con parole precise, mai scelte senza una lunga riflessione, quello che vede: la notte, la pioggia, un passante. Ci racconta cose difficili da raccontare, attimi in cui viene a racchiudersi tutto il senso, tutto il tempo, tutti i rapporti, tutto il dolore.

“Fu certamente nei viali del parco dove avvenne la tragedia dalla quale è risultata la vita. Erano in due ed erano belli, e desideravano essere qualcos’altro; l’amore indugiava nel tedio del loro futuro, e la nostalgia di ciò che sarebbe stato stava diventando la figlia dell’amore che non avevano avuto. Così, al chiarore lunare dei boschi vicini (attraverso quei boschi filtrava la luna) essi passeggiavano, mano nella mano, senza desideri e senza speranze, attraverso la solitudine intrinseca dei viali abbandonati. Erano totalmente bambini perché in realtà non lo erano. Di viale in viale, sagome fra albero e albero, percorrevano in ritagli di carta quello scenario di nessuno. E così scomparvero verso le fontane, sempre più insieme e separati, e il rumore della pioggia vaga che cessa è il rumore degli zampilli verso i quali si recarono. Io sono l’amore che fu il loro amore, per questo posso sentirli la notte in cui veglio, per questo posso vivere infelice”.

Di questo romanzo poliedrico senza forma, potremmo strappare tutte le pagine e disporle senza ordine su un tavolo, pescarne una al giorno e trovarvi un particolare sguardo sul mondo, una determinata meditazione su ciò che è e non è vivere; ognuna a suo modo vera, da quella più cruda a quella più lirica. Perché Il libro dell’inquietudine è anche questo: poesia. Immancabile strumento di conoscenza personale con la sua capacità di rendere chiare sensazioni effimere e sottili, impareggiabile e malinconico sguardo sull’essenza impalpabile e fumosa dell’umano.

 

A cura di Federica Tosadori

 

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