La Casamance è una regione del Senegal meridionale, una vasta area compresa tra il Gambia e la Guinea-Bissau. Nella regione è attivo un movimento indipendentista che porta avanti la più antica rivolta africana ancora attiva. È uno scontro infinito che vede un alternarsi continuo di episodi di violenza e periodi di calma apparente. Il bilancio ufficiale dei morti non è alto se si pensa che la lotta intestina sta logorando il Senegal da ormai quarant’anni. Si stima che i morti si aggirino tra i 3000 e i 5000, con oltre ottocento vittime causate delle mine antiuomo di cui il territorio è disseminato. Secondo il Centro Nazionale d’Azione contro le mine del Senegal (CNAMS), rimane ancora da sminare un’area di circa 1.2 milioni di metri quadrati, un notevole investimento economico per le casse dello Stato senegalese.

I rivoltosi del Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (MFDC) sono anche dotati di un braccio armato chiamato Atika. Dal 1983 i suoi componenti combattono contro le forze di sicurezza senegalesi. Si tratta di un migliaio di ribelli scarsamente equipaggiati e male addestrati, tutti però disposti a combattere fino alla morte per l’indipendenza. È proprio questo il motivo per cui la guerra civile non ha avuto fine nel corso dei decenni. Nei primi anni ‘90 il presidente senegalese Diouf scelse la via della repressione nei confronti dei ribelli; alla sua azione seguirono tentativi ( con conseguenti accordi) di cessate il fuoco per alcuni anni, tutti però puntualmente violati.

Per cosa combattono?

Il motivo di una così lunga rivolta va ricercato nelle motivazioni personali di ciascun guerrigliero. Senza le storie dei singoli combattenti non è possibile comprendere ciò che li spinge a proseguire il conflitto dopo tutti questi anni. “Molti hanno perso le loro terre e visto diversi familiari uccisi”- afferma Paul Diédhiou, antropologo dell’università di Ziguinchor (capitale storica della Casamance) che si è occupato del tema. A ciò si aggiunge la ferrea convinzione che parte della società senegalese, l’élite in particolare, abbia un grosso disprezzo verso la minoranza Diola, il gruppo etnico maggioritario in Casamance. Sentimento sfruttato nel corso dei decenni dai ribelli per giustificare il costante ricorso alla violenza.

L’MFDC del resto non è sicuramente un modello di armonia e concordia nemmeno al suo interno. Il braccio politico e quello armato dell’organizzazione sono in lotta aperta tra loro dagli anni ’90, tra accuse reciproche di corruzione e tradimento dell’ideale indipendentista. Oltre alle dinamiche interne, bisogna notare che i vari governi senegalesi non hanno fatto quasi nulla per tentare di risolvere definitivamente il conflitto. Anzi, Abdoulaye Wade, presidente dal 2000 al 2012, ha distribuito ingenti somme di denaro ai capi locali per cercare di “comprare” la pace, ma di fatto ciò ha  solamente aumentato le divisioni e le lotte intestine.

La posizione del Senegal

L’avvento del presidente Macky Sall nel 2012 aveva fatto ben sperare, egli infatti affermava di avere intenzione di negoziare con l’MFDC. Tuttavia, le trattative sono lente e poco fruttuose. I negoziati sono supervisionati dalla Comunità di Sant’Egidio, un’associazione cattolica romana, che in otto anni ha organizzato circa una decina di incontri (l’ultimo dei quali avvenuto a Roma) senza però arrivare ad una soluzione definitiva del conflitto. Difficile è anche comprendere il contenuto delle trattative, argomento che i politici senegalesi evitano accuratamente di menzionare.

La concezione del problema però è diversa a seconda delle parti in causa. Non c’è infatti accordo neanche in relazione alla denominazione della situazione attuale. Lo Stato senegalese infatti non ha mai parlato di guerra ma solo di crisi interna. Jean-Claude Marut, geografo e studioso del conflitto della Casamance, spiega infatti che l’intento del Senegal è quello di aspettare che la rivolta si spenga da sola, giocando quindi la carta del logoramento. C’è infatti una comune convinzione tra le autorità senegalesi per cui, una volta morti i ribelli di primo piano, le rivolte e quindi le richieste indipendentistiche cesseranno da sole . Il Senegal, del resto, ha dimostrato di non avere particolare fretta di risolvere la situazione.

Quel che è certo è che il conflitto endemico ha prima paralizzato e poi distrutto l’economia della regione, in precedenza ambita meta turistica. L’attuale limbo ha permesso ai ribelli la costituzione di una vera e propria economia parallela, sulla quale lo Stato senegalese sembra chiudere un occhio. Si passa dal contrabbando di legni pregiati alla produzione di marijuana, attività illegali che danno lavoro alla maggior parte dei ribelli.

Il recente appello

Il 21 settembre 2020 è comparsa online una dichiarazione firmata a Dakar da importanti esponenti politici, intellettuali e avvocati. Il testo si appella direttamente allo Stato del Senegal e al Movimento delle Forze Democratiche della Casamance, invitandoli a proseguire il dialogo in ottica di una risoluzione definitiva del conflitto. È altrettanto fondamentale inoltre, prosegue il testo, accelerare le operazioni per eliminare le mine rimaste, rendendo così possibile l’accesso ai villaggi e la normale ripresa delle attività. Il testo infine ribadisce come il desiderio che la guerra finisca al più presto sia trasversale a tutto il Senegal, da Nord a Sud.

FONTI

Né pace né guerra per la più lunga rivolta africana, Mariama Darame (su Le Monde), Internazionale n. 1375, p. 56- 60

www.pressafrik.com

www.santegidio.org