“Tutto quel mondo negli occhi / Terribile ma bello / Troppo bello / E la paura che mi riportava indietro / La nave, di nuovo e per sempre / Piccola nave… “

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America.

So che il cuore starà già tremando a molti di voi. So che molti altri avranno smesso di leggere l’articolo e staranno continuando a recitare le righe seguenti a memoria, perché queste pagine sono scolpite nel cuore di chiunque le abbia mai sfiorate con gli occhi. Inizia proprio così uno dei monologhi più famosi di sempre: Novecento di Alessandro Baricco.

È bene incominciare dall’inizio, riassumendo il senso del libro anche per coloro che non hanno ancora avuto occasione di leggerlo.

La storia è raccontata da un musicista, un trombettista per l’esattezza, che, una volta ingaggiato come suonatore a bordo di una nave da crociera, conosce il suo collega pianista: Novecento. Novecento è il miglior pianista del mondo. In realtà, non si può dire che sia il miglior pianista del mondo, perché lui sul mondo non ha mai messo piede: ha sempre e solo vissuto nel mare, a bordo della nave, sulla quale è nato ed è stato abbandonato dalla madre quando era ancora un neonato. Adottato da un membro dell’equipaggio, che lo ha cresciuto come fosse suo figlio, Novecento non è davvero mai sceso dalla nave. Mai, proprio mai! Talmente mai, che per il mondo lui neanche esiste, perché nessuno lo ha mai registrato all’anagrafe.

Un giorno, il piccolo Novecento inizia a curiosare per la nave, finché non si trova a poggiare le mani sul pianoforte. La musica che esce dalle sue mani è talmente magica e perfetta, che in breve tempo Novecento diventa una leggenda. Suona Jazz. Un Jazz talmente armonico, imprevedibile ed emozionante, che anche il jazzista più famoso della Terra deve ammettere di essere meno bravo di lui. Un talento inspiegabile, un uomo che esprime tutto se stesso attraverso la musica. Un uomo che però non ha mai visto il mondo, non è mai sceso da una nave. Tim Tooney, l’amico trombettista che narra la storia, è sconvolto da questa scelta di Novecento, che proprio non riesce a capire:

Ci vollero degli anni, ma alla fine, un giorno, presi il coraggio a quattro mani e glielo chiesi. Novecento, perché non scendi, una volta, anche solo una volta, perché non lo vai a vedere il mondo, con gli occhi tuoi, proprio i tuoi?

novecento

La verità è che Novecento ha paura di scendere dalla nave, perché lo vede come un ostacolo troppo grande per lui. Novecento ha paura di vivere il mondo, ha paura di vivere davvero, e per questo rinuncia anche solo ad assaggiarlo, rifugiandosi nella sua bolla di vetro (o meglio, di mare) fatta di musica e di certezze, fatta delle poche cose che conosce bene. Ci prova anche, a scendere da quella nave, ci prova diverse volte. Ma ogni volta c’è qualcosa che lo blocca. Un pensiero, un’ansia, un ricordo, una proiezione. Ogni gradino verso il Mondo lo porta ad un gradino di distanza dalla sua nave, che è il suo mondo.

O forse, la verità è un’altra. Forse, la verità è che Novecento sceglie consapevolmente di restare sulla nave, perché, per lui, non vale la pena di vedere il mondo.

Insomma: Novecento sceglie davvero o ha solo paura?

Il libro parla di limiti e della paura di superarli, ma anche di scelte e di responsabilità che ne conseguono. Parla, indirettamente, di coraggio, di amore, di amore coraggioso che lega il protagonista alla sua vita, alla sua nave e al suo mare talmente tanto da non essere sicuro di aver voglia di vivere il mondo. E’ per questo che è inevitabile chiedersi se Novecento non scenda dalla nave per paura o per scelta. L’America, l’Europa, il mondo intero, per lui, non valgono quanto i pochi metri della sua nave e il suo pianoforte, con il quale sceglie di inventare un mondo nuovo ogni volta che suona. Ha davvero bisogno, lui, del mondo che viviamo noi? Non viverlo è una scelta o è paura?

Pensiamo alla nostra vita quotidiana: quante volte non facciamo una cosa per paura e mascheriamo questa paura convincendoci che sia una scelta? Quante altre volte, invece, scegliamo qualcosa consapevolmente e questo, agli occhi degli altri, appare come un limite?

Scenderà mai Novecento dalla sua nave? Avrà mai il coraggio di vivere il mondo? O sceglierà di vivere la sua nave? Correte a scoprirlo e a leggere il libro, e fateci sapere se anche voi in qualche situazione della vostra vita vi siete sentiti un po’ Novecento.

Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla.

 


FONTI
A. Baricco, Novecento, Feltrinelli, Milano 2014
CREDITS
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