La musica ha sempre avuto un’importanza fondamentale nella cultura italiana. Fin dalle origini e dalla nascita di un sistema industriale efficiente, la componente musicale è stata alla base di numerose evoluzioni che si sono susseguite nel nostro paese. Tuttavia, è oggi particolarmente interessante analizzare e studiare un periodo identitario e caratteristico specifico e peculiare: stiamo parlando della musica nel ‘68, l'”anno improbabile” secondo la definizione dello storico Eric Hobsbawm, quando tutto il mondo giovanile sembrò risvegliarsi in un unico moto di contestazione anti-autoritaria.

Perché sì, si può dire che l’elemento alla base di tutte le manifestazioni che si susseguono nelle università italiane, a Berkeley negli Stati Uniti, nei cortei durante il maggio francese, in Giappone, a Città del Messico… È proprio l’anti-autoritarismo. Dove è presente un regime capitalistico, la contestazione si rivolge contro il sistema capitalistico; nei paesi dove vige un sistema politico socialista, come nella Cecoslovacchia di Dubček per esempio, lo scontro si concretizza verso il sistema socialista.

Il panorama musicale dell’epoca

All’interno di questo discorso la musica assume un ruolo fondamentale. Nel 1968 vengono incise canzoni memorabili sul movimento dei diritti civili: James Brown, con il suo manifesto “Say it loud, I’m black and proud”, e Nina Simone rappresentano le due punte di diamante di un fenomeno che ha la sua massima realizzazione nelle Olimpiadi di Messico 1968 e nello storico gesto di Tommie Smith e John Carlos.

Per quanto riguarda il contesto italiano più nello specifico, si possono individuare due aree princiali: la prima è la musica importata dall’estero, e in questo campo bisogna riconoscere il grande debito con il mondo anglosassone che si conferma nell’influenza di gruppi come i Beatles e i Rolling Stones e di artisti come Bob Dylan.

Nel 1968 i Fab Four pubblicano un disco assolutamente rivoluzionario, il White Album, e gli Stones registrano Sympathy for the devil, mentre a cavallo tra il 1967 e il 1968 emergono nuove band che avranno un ruolo decisivo nell’immediato futuro, come i Doors e i Pink Floyd.

“C’era un ragazzo…”

La seconda area è quella che potrebbe essere definita il “made in Italy“, rappresentata dal mondo beat. Anche in questo è necessario riscontrare un forte legame con il mondo anglosassone, ma bisogna riconoscere che la musica italiana ha capitalizzato ciò che proveniva da Inghilterra e Stati Uniti e lo ha riassorbito secondo i propri modelli e i propri dettami.
L’esempio dei Rokes, dei Corvi, di Gianni Morandi è emblematico.

Il caso di Gianni Morandi è molto interessante perché un cantante comunemente considerato “leggero” e poco impegnato registra una canzone nel 1966 che si distacca completamente dalle canoniche canzonette: si tratta di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones che parla di una tematica che avrà un ruolo centrale per tutta la durata del ’68. Si può dire che la guerra del Vietnam sia il grande detonatore delle contestazioni e il protagonista di questa canzone è proprio un giovane ragazzo che viene arruolato nell’esercito e muore in uno scontro a fuoco con i Viet Cong.

Cantava viva la Libertà
Ma ricevette una lettera
La sua chitarra mi regalò
Fu richiamato in America
Stop! Coi Rolling Stones!
Stop! Coi Beatles stop!
M’han detto “va nel Vietnam
E spara ai Viet Cong”

“Ma che colpa abbiamo noi?”

Un ulteriore elemento decisivo nel ’68 musicale italiano è una continua contrapposizione che si viene a creare nei testi delle canzoni beat. Ciò che emerge è infatti il costante paradigma noi/voi: nel 1966 i Nomadi incidono la versione italiana di un brano di Sonny Bono, intitolata Come potete giudicar e nello stesso anno i Rokes registrano Ma che colpa abbiamo noi sulle note di una canzone di Bob Lind.

Sarà una bella società

Fondata sulla libertà

Però spiegateci perché

Se non pensiamo come voi

Ci disprezzate, come mai

Ma che colpa abbiamo noi.

Noi e voi, voi e noi. Il ’68 italiano vive di questa grande contraddizione, fornendo anche interessanti esempi di musica specificatamente autoctona e nostrana, come il famoso brano di Paolo Pietrangeli che in Valle Giulia racconta gli scontri tra studenti e poliziotti nel marzo di quell'”anno improbabile”.

Il primo marzo, sì, me lo rammento

Saremo stati millecinquecento

E caricava giù la polizia

Ma gli studenti la cacciavan via.

No alla scuola dei padroni! Via il governo, dimissioni!

 

FONTI

Kurlansky M., 1968: l’anno che ha fatto saltare il mondo, Mondadori, Milano 2004.