-Vai subito a chiedere scusa.

-No.

Il vaso si era schiantato a terra e con un rumore agghiacciante si era rotto in sei, forse sette, pezzi. L’interno bianco della ceramica era rimasto rivolto verso l’alto, come la pancia candida e indifesa di un animale.

-Ti ho detto vai.

-No.

La signora del negozio aspettava, in silenzio, in piedi, con le braccia incrociate davanti al petto.

Sua madre la strattonò.

-Vai.

Sollevò gli occhi sulla signora davanti a lei e vide un sorriso appena accennato, a metà tra il soddisfatto, l’accondiscendente, l’egoista, un sorriso che non riuscì a decifrare, ma che le fece venire un attacco di nausea.

Aveva rotto quel vaso, era vero. Mentre sua madre e la signora discutevano di stoffe e tessuti e di altre cose che a lei non interessavano, si era messa a girare su se stessa cercando di fissare un punto fermo sul soffitto del negozio. Ma poi aveva perso l’equilibrio ed era andata a sbattere con tutto il peso del suo corpo, moltiplicato alla velocità centrifuga che aveva accumulato, contro un tavolo di legno. Il vaso era caduto e si era rotto. Un bel vaso bianco con eleganti disegni cinesi blu scuro.

-Scusi, disse a mezza voce, alla fine.

La signora allargò un po’ di più il sorriso e fece un cenno con la testa, come a dire, non importa, non è niente, il vaso non era importante, hai fatto bene a chiedere scusa, dovevi chiedermi scusa, ma non è niente, non è il vaso il problema, dovevi solo chiedermi scusa, dovevi guardarmi e chiedermi scusa, per quello che hai fatto, per la tua distrazione, chiedere scusa per rispetto, prima di tutto.

Poi corse fuori dal negozio e vomitò sul ciglio del marciapiede le brioches della colazione.

-Ho sbagliato. Lo so. Ti chiedo scusa.

Lei non dice nulla, resta in silenzio e fissa il muro dall’altra parte della strada vuota e male illuminata dai lampioni arancioni.

Ogni tanto passa qualcuno, quasi correndo, una sagoma o un’ombra dirette verso la fermata del bus. E loro fermi, all’angolo tra la vineria con le sedie di legno e il negozio di animali.

La cena le è rimasta sullo stomaco. Hanno parlato dall’antipasto al dolce, deglutendo più aria che cibo. O meglio, lui ha parlato, lei l’ha ascoltato. Eppure, tra tutto quello che le aveva detto fino a quel momento, scusa era la prima volta che glielo diceva.

Uno scusa era uscito dalle sue labbra. Da quella bocca sempre così sicura di sé, sempre nel giusto, sempre un passo avanti, irreprensibile, ostinata anche nell’errore.

Ma non quella volta. Quella volta le stava chiedendo scusa.

È in quel momento che le torna in mente il sapore del vomito in bocca, delle brioches, il soffitto elaborato del negozio, il lampadario a goccia che pensava di aver dimenticato, e poi il rumore della ceramica sul pavimento di legno, e il sorriso della proprietaria davanti al suo timido mi scusi.

Quel giorno, dopo aver vomitato, dopo che sua madre l’aveva portata a casa trascinandola per il braccio, dopo aver pianto, dopo essersi sentita minuscola, rannicchiata sotto alle coperte, al buio, si era chiesta cosa si provasse a sentirsi chiedere scusa. Quale senso di potere, di supremazia, di grandezza dovesse dare quella piccola parola. Bisognava sentirsi immensi. Enormi. Grandissimi.

Si era alzata dal letto, aveva rovistato nella cesta dei giochi e aveva trovato il suo cavallino di pezza. L’aveva stretto nella piccola mano destra e gli aveva guardato il muso, gli occhi di bottone vacui, il sorriso cucito a macchina.

Poi aveva aperto la finestra che dava sul cortile e aveva allungato il braccio.

-Chiedi scusa! aveva urlato continuando a stringere il cavallino, come se il suo destino dipendesse da quella sola parola, come se la sua vita dipendesse interamente da lei; lei poteva toglierla, lei poteva lasciarla. Dipendeva tutto da lei. Poteva fare di lui quello che voleva.

-Scusami, ripete lui.

Allora lei lo guarda. Si aspetta di provare qualcosa. Un brivido, un gonfiore nel petto, un’ondata di sangue dietro le tempie, il battito del cuore accelerato. E invece niente. Non prova niente. Solo un’immensa tristezza.

-Che facciamo? Rimettiamo insieme i pezzi?

Chi aveva rotto che cosa?

È sempre quel giorno in cui è stata lei a dirgli che era finita, fuori da un bar, alle undici di sera. Che lo odiava. Che lo detestava. Che era la persona più orribile che avesse mai conosciuto.

Ed è lui, ora, a chiederle scusa.

-Non ha senso.

-Cosa?

-Niente, stavo pensando.

-Non ha senso riprovarci?

-No, stavo pensando a un’altra cosa.

Non aveva senso. Non era lui a doversi scusare. Ma non era nemmeno lei. Il vaso si era rotto per colpa di entrambi e di nessuno.

Gli butta le braccia intorno al collo e scoppia a piangere.

Nessun senso di grandezza. Nessun senso di onnipotenza. Nessun senso di potere.

-Scusami tu, dice lei a lui.

 

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