Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa, comincia a guardare gli Stati Uniti come a un modello su cui basare il proprio futuro. In questo periodo il settore moda  scopre il ready-to-wear (in francese pret-à-porter), che non è la confezione conosciuta dagli europei e limitata alle fasce basse o alte del mercato, ma si rivolge ad una società di massa. L’Europa, quindi, inizia ad adottare il modello di consumo americano, cancellando in maniera definitiva la sua struttura gerarchica. Tale processo viene definito “democratizzazione della moda“.

Dopo il ready to wear nasce la moda low cost, quella per esempio di Zara e  H&M che ci propone un prodotto simile a quello dell’ haute couture, ma a prezzo molto più basso. In particolare, negli ultimi anni, si è assistito a dei grandi progressi nel settore tecnologico, e la moda low cost ha subito un processo di accelerazione senza precedenti, contribuendo in parte allo sfruttamento della manodopera (ne abbiamo già parlato qui).

Quando andiamo a comprare un nuovo abito non pensiamo a tutto quello che si cela dietro al nostro acquisto, ci lasciamo convincere da offerte allettanti, e anche se pensiamo di aver colto un’ incredibile occasione; in realtà abbiamo contribuito ad alimentare un’industria nociva per noi e per gli altri, che è molto distante dalla moda responsabile.

Attualmente, l’industria della moda dà lavoro a 15 milioni di persone in Asia e 4 milioni di persone in Europa. La differenza è che la maggior parte degli operai europei hanno la fortuna di stare dalla parte “giusta”, mentre in Asia, le condizioni economico-sociali sono precarie e i lavoratori sopportano orari di lavoro impensabili.

In alcuni paesi come, ad esempio, il Bangladesh è normale trovare nelle fabbriche tessili bambini-operai strappati alla loro infanzia e costretti a lavorare anche 12 ore al giorno senza nessuna norma igienica adeguata. La percentuale del costo della manodopera in queste zone, si aggira attorno al 3% e i lavoratori, adulti e bambini, non percepiscono un salario sufficiente per vivere una vita dignitosa. Ricordiamoci che il diritto a percepire un salario dignitoso è sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Quanto guadagna mensilmente un operaio-schiavo che lavora nelle industrie del fast fashion?  Dopo l’incidente del 24 aprile del 2013 che ha causato la morte di circa 1.380 lavoratori, per la maggior parte donne, il governo del Bangladesh ha aumentato lo stipendio da 29 euro a 78 euro. Pensiamo a come sarebbe vivere con 78 euro al mese; è vero che in paesi come il Bangladesh il costo della vita è molto basso, ma con quei pochi spiccioli in nessun luogo nel mondo si potrebbe vivere in modo dignitoso.

Sempre dopo il terribile incidente, alcune multinazionali tessili, insieme alle ONG e alla federazione internazionale IndustriALL Global Union, hanno firmato L’Accord on Fire and Building Safety: un protocollo sulla prevenzione degli incidenti e la sicurezza negli edifici attraverso cui, tutti coloro che hanno aderito si impegnano a non fornire commesse alle fabbriche che non siano in regola con le norme di sicurezza.

Per comprendere meglio la tragica condizione di sfruttamento del lavoro di cui noi siamo testimoni, è utile raccontare la storia di Iqbal Masih, in quanto può portare ad una maggiore sensibilizzazione perché lo sfruttamento, in particolare quello minorile merita tutte le nostre attenzioni.

Iqbal (1998) | FilmTV.it Iqbal è nato in Pakistan nel 1983 in una famiglia molto povera, inizia a lavorare a soli quattro anni e a cinque viene venduto dal padre ad un venditore di tappeti, che lo schiavizza e lo costringe a lavorare 12 ore al giorno. Nel 1992, il ragazzo, riesce a fuggire dalla fabbrica e partecipa alla manifestazione del Bonded Labour Liberation Front (BLLF); quando ritorna al lavoro il padrone lo minaccia e Iqbal scappa di nuovo, successivamente, trova rifugio in un ostello della BLLF e qui inizia a studiare. Nel 1995 viene assassinato e la BLLF accusa subito dell’accaduto la “mafia dei tappeti”, ma le cause del decesso non sono ancora chiare; quello che sappiamo e di cui siamo certi, è che dopo la sua morte il tema dello sfruttamento e del lavoro minorile ha ricevuto più attenzione.

Iqbal Masih ha dedicato tutta la sua vita a contrastare lo sfruttamento del lavoro, soprattutto, quello minorile ed è bello ricordarlo con queste sue parole:

nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento. Gli unici strumenti da lavoro che un bambino dovrebbe impugnare sono penne e matite.

Ci sono molte ingiustizie nel mondo e di certo non possiamo farci carico di tutto quello che accade, ma informarci sapere cosa succede attorno a noi, ci aiuta a riflettere e a maturare una maggiore consapevolezza.