Il destino di Babele

Nello scorso articolo, sempre relativo all’origine del linguaggio, ci siamo lasciati parlando dell’episodio della Torre di Babele, narrato nella Genesi. Dio decise di punire gli uomini, così tracotanti da voler toccare il cielo con la torre, condannandoli a parlare lingue diverse.

Sarà Dante Alighieri a tornare a scrivere di questo episodio e, più in generale, del linguaggio, in ben due passaggi della sua opera. Prima, nel De Vulgari Eloquentia (1303 – 1305), Dante scrive che la divisione in lingue è legata alla divisione in corporazioni: Dio diede tante lingue quante erano le varietà di lavoratori impegnati nella costruzione della Torre. Coloro a cui rimase la lingua sacra, cioè l’ebraico, erano quelli non presenti ai lavori.

linguaggioNel canto XXVI del Paradiso, invece, Dante torna a riflettere sul linguaggio, ma in un modo stravolgente. Scrive infatti:

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

innanzi che a l’ovra inconsummabile

fosse la gente di Nembròt attenta:

 

ché nullo effetto mai razionabile,

per lo piacere uman che rinovella

seguendo il cielo, sempre fu durabile.

 

Opera naturale è ch’uom favella;

ma così o così, natura lascia

poi fare a voi secondo che v’abbella.

 

Dante intende dire che l’ebraico si era già estinto al momento dell’episodio babelico, perché l’uomo cambia, e con lui cambiano anche le lingue, e l’ebraico non è affatto una lingua protetta da Dio (Dante è uno dei primi intellettuali a “far scendere l’ebraico dal piedistallo”, scrivendo che è solo una lingua fra le tante). Scrive quindi che il parlare delle genti è un fatto naturale, come è naturale che cambi storicamente. Infatti, il fatto che si impari una lingua è naturale (opera naturale è ch’uom favella). Quale lingua si impari, è una scelta umana (secondo che v’abbella).

Come dirà Richard Simon molti secoli dopo (1638-1712), appellandosi all’autorità di San Girolamo, che già aveva messo in discussione la primitività dell’ebraico, è Dio stesso ad aver voluto che gli uomini parlassero lingue diverse, perché ogni lingua si plasma sull’utilitas del popolo che la parla. In un’epoca in cui maturano i nazionalismi linguistici, proprio mentre le lingue diventano strumenti di supremazia politica, Simon si tira fuori dal dibattito nazionalista: ogni lingua ha il suo perché, nessuna lingua prevale sulle altre.

Anche un colosso del contrattualismo quale Thomas Hobbes dedica il capitolo IV del suo Leviatano ad una riflessione sul linguaggio. Hobbes individua nel linguaggio due principali funzioni: quella memorativa (ossia ricordarci le cose) e quella comunicativa. Neanche Hobbes rinnega l’episodio babelico, anzi, lo ribadisce e ricorda come sia all’origine della differenza tra le lingue. La cosa che più colpisce nell’opera di Hobbes è che egli non individui solo i possibili usi del linguaggio, ma anche i possibili abusi di esso, ossia i casi in cui usiamo il linguaggio in modo improprio (ad esempio per ferire le persone).

Sarà rivoluzionario il contributo di Leibniz (1646-1716), il quale, ribadendo il fatto che il modo umano di conoscere sia intrinsecamente simbolico (ogni ragionamento umano avviene attraverso segni, che ci permettono di “schematizzare” l’esperienza), sostiene che le lingue non possano essere nate per convenzione, ma su impulso naturale dell’uomo. Arriva a mettere in dubbio anche la figura di Adamo: se Adamo fu davvero un primitivo, ciò significa che dovette necessariamente parlare in modo primitivo.

Infine, non possiamo non accennare ad Herder (1744-1803). Herder nota che gli animali nascono potenzialmente più forti rispetto agli uomini, i quali invece nascono indifesi. Gli animali appena nati hanno artigli per combattere, pelliccia per difendersi dal freddo, denti, zanne. Gli uomini invece nascono deboli ed incapaci di difendersi. Poi però, spiega Herder, la situazione si ribalta: gli animali restano a vivere nel loro specifico ambiente e a fare le loro specifiche cose, mentre invece solo all’uomo si apre la possibilità della libertà, di determinarsi, di scegliere dove e come vivere. Herder legge il linguaggio come uno strumento di compensazione che la natura offre all’uomo, di fronte alla sua iniziale debolezza genetica. Se gli animali sono perfetti nei loro ambiti ristretti (le api, i ragni…), gli uomini, al contrario, sono liberi di determinarsi.

Tanto ci sarebbe ancora da dire sul linguaggio. Ad esempio, sono da segnalare gli studi condotti in età moderna sulla loquela dei sordi. Fondamentale fu scoprire che i sordi sono muti non perché impossibilitati a parlare a prescindere, ma solo perché, non potendo udire le voci, non sono in grado di riprodurle e di usare i propri organi fonatori in modo adeguato. A tal proposito furono importanti gli studi di Pedro Ponce de Leon, Juan Pablo Bonet, John Wallis e, più tardi, Conrad Amman, i quali, ognuno a modo proprio, studiarono metodi capaci di insegnare ai sordi a parlare. Far parlare e comunicare i sordi con il resto della comunità, dimostrando che il loro disagio è solo fisico e non cognitivo, e che si tratta di un disagio colmabile, è stata una delle più grandi vittorie della modernità. Fin dai tempi del codice giustinianeo (529), la popolazione sorda in modo profondo veniva privata dei diritti civili e considerata non educabile.

Educare alla parola significava per loro possibilità di avere una vita civile a tutti gli effetti. Una conquista innanzitutto umana e sociale. Solo in secondo luogo, linguistica.


FONTI
S. Gensini, Apogeo e fine di Babele, Edizioni ETS, Bologna, 2016

Il capitolo XXVI della Divina Commedia

Dante De Vulgari Eloquentia