Lo Sbuffo ha intervistato Jennifer Guerra, giornalista presso The Vision e autrice de Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (Edizioni Tlon, 2020). jennifer guerra

Il corpo elettrico fa riferimento a un’ampia bibliografia di testi femministi, citati e raccolti in coda al libro; tuttavia, se dovessi consigliare ai nostri lettori tre libri (o pamphlet, discorsi, ma anche podcast e conferenze) fondamentali, quali sarebbero e perché?

J: Consiglierei senz’altro Il secondo sesso di Simone De Beauvoir, che cito anche ne Il corpo elettrico e che è senza dubbio il testo fondamentale del femminismo perché ha posto le basi della riflessione sul tema dell’Altro e della specificità dell’oppressione delle donne; poi consiglio Femminismo per il 99%. Un manifesto, di Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Nancy Fraser, perché è un testo recente che mette in prospettiva le correnti del femminismo contemporaneo e infine La campana di vetro di Sylvia Plath che, pur essendo un romanzo, a mio avviso sintetizza perfettamente l’idea della gabbia simbolica in cui sono rinchiuse le donne.

Questo è il tuo primo libro, ma nonostante la tua giovane età hai già alle spalle l’esperienza della scrittura giornalistica: quali sono le più grandi differenze che hai riscontrato tra questi due media? Hai particolari preferenze per uno o per l’altro?

J: Senza l’esperienza giornalistica non sarei riuscita a scrivere questo libro. Per me fare giornalismo significa fare tantissima ricerca e arricchirmi imparando tante cose nuove per ogni articolo che realizzo, e lo stesso è successo anche con questo saggio. Non credo quindi che ci sia molta differenza tra i due media, da questo punto di vista, mentre se parliamo di impegno, di investimento e di coinvolgimento personale, è tutto un altro discorso.

Nel terzo capitolo de Il corpo elettrico hai parlato delle cosiddette “TERF”, ossia delle appartenenti alla frangia del femminismo radicale (o così autoproclamato) che si oppongono attivamente all’inclusione delle donne trans nelle questioni femministe, arrivando a sostenere posizioni reazionarie. Ti sarà probabilmente noto che, nelle ultime settimane, J.K. Rowling è entrata nell’occhio del ciclone proprio per il suo appoggio a questa ideologia. Data la sua immensa notorietà. quale pensi sarà la ricaduta di questa sua presa di posizione sul suo pubblico e sui fan di lunga data di Harry Potter?

J: Delle ricadute ci sono già, anche perché Rowling sembra talmente arroccata sulle sue posizioni da non considerare minimamente il dolore che sta causando alla sua stessa community. E la sua firma alla lettera dei 150 intellettuali sulla “cancel culture” mi sembra l’ennesima prova del suo rifiuto a provare a ragionare sulle conseguenze che le sue parole, espresse in maniera spesso aggressiva, hanno sui suoi fan e su di lei. Io sono cresciuta con Harry Potter ma non con il mito di J.K. Rowling, quindi non sto subendo il distacco che in molti stanno provando, ma ora ogni volta che leggo il suo nome penso a lei che si lamenta delle persone trans nei bagni delle donne e non a Hermione che sconfigge un troll nei bagni di Hogwarts.

L’ultimo capitolo del libro è dedicato alla figura dell’eroina nelle sue varie declinazioni, con tutti i problemi che l’idealizzazione della figura femminile può comportare. Negli ultimi anni, tuttavia, c’è stata una vera e propria proliferazione di testi femministi rivolti in particolare all’infanzia, sulla scia del caso editoriale di Storie della buonanotte per bambine ribelli. Alla luce delle tue considerazioni, ritieni che la narrazione esemplare in questo caso sia appropriata o pensi che possa diventare controproducente?

J: Il grande tema dell’ultimo capitolo è proprio l’esemplarità, con tutte le implicazioni che essa comporta. Personalmente credo che le storie “modello” di alcune donne eccezionali non siano un problema di per sé, quanto più la creazione di un nuovo ideale di donna femminista, che rischia di essere altrettanto oppressivo di quanto non lo sia il modello remissivo. Spesso le oppressioni funzionano per estremi: o così, o così, senza sfumature. Il femminismo dovrebbe essere in grado di accogliere e celebrare tutte queste sfumature, altrimenti si finisce per creare l’ennesima oppressione.

Passando invece a un discorso più ampio, la corrente del femminismo che supporti è quella intersezionale, già diffusa all’estero ma ancora relativamente nuova in italia, perlomeno nell’opinione pubblica. Qual è la ragione, secondo te, di questo divario nei confronti di altri Paesi? Potremo mai colmarlo, come e quando?

J: In Italia sentiamo ancora molto forte l’eredità del femminismo della differenza, che qui ha avuto un’influenza che negli altri Paesi non c’è stata. Molte donne che hanno vissuto pienamente quegli anni oggi ricoprono dei ruoli importanti nel panorama culturale italiano, per cui anche quando sui giornali si vuole intervistare “una femminista”, nella maggior parte dei casi si intervisterà una femminista della differenza. Poi credo che da noi il contesto sociale sia molto diverso rispetto agli Stati Uniti, dove il femminismo intersezionale è nato, per cui abbiamo meno a cuore delle questioni che oltreoceano sono sentite come importantissime. Penso soprattutto alla questione razziale.

Il femminismo sui social network: se ne parla spesso, ma purtroppo non sempre in termini adeguati. Qual è, secondo te, lo stato della divulgazione femminista su questi canali di comunicazione? Riscontri delle criticità particolari?

J: Ne Il corpo elettrico ragiono moltissimo su questo problema: non possiamo negare che la quarta ondata sia stata influenzata e in qualche modo favorita dalle dinamiche dei social. A me piacerebbe che, oltre al dibattito sull’efficacia, se ne aprisse uno anche sul ruolo della tecnologia e sul peso che essa ha nelle nostre vite, anche in quanto donne. I social hanno ricreato delle dinamiche che si stavano perdendo, come il self help: cambiano i mezzi, ma non i fini. Riconosco che spesso alcuni temi vengono banalizzati su internet, anche perché la rete offre solo degli spunti e non può essere mai esaustiva, ma sono certa che oggi i social siano una parte importante del femminismo, che ci piaccia o no, e quindi anziché lamentarcene sarebbe più utile cominciare a usarli bene.

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