Black lives matter non è solo uno slogan d’oltreoceano. Punto di partenza sono stati gli USA, l’Europa non è però immune. Non lo è la Francia per esempio, in particolar modo la polizia francese, la cui brutalità rivolta a certe comunità non è mai stata troppo nascosta. Nelle manifestazioni che si sono svolte in Francia sull’onda di quanto successo a George Floyd, sono stati scanditi i nomi delle persone uccise in territorio francese mentre si trovavano in custodia o durante l’arresto. Un esempio su tutti è quello di Adama Traoré, morto nel 2016 poco dopo essere stato arrestato. Nessun provvedimento per gli agenti coinvolti, nonostante le indagini effettuate.

La richiesta di riforme non è nuova, ciclicamente infatti i metodi della polizia francese vengono messi in discussione. «Le Monde» già nell’ormai lontano 2018 aveva evidenziato tutte le criticità attraverso un’inchiesta molto dettagliata. Oltre a interrogarsi sulla frequenza dei casi, il punto centrale riguardava l’incoraggiamento dell’istituzione verso un certo tipo di atteggiamenti. A questo si aggiunge un profondo rispetto per la gerarchia, i cui riflessi negativi sono (o possono essere, ma in questo caso sono) omertà e complicità tra gli uomini in divisa. Oltre a riforme sulle modalità d’azione però, è altrettanto importante quella rivolta verso le autorità che dovrebbero indagare su eventuali abusi. Al momento infatti le indagini restano competenza del ministero degli Interni, lo stesso da cui dipende la polizia, per cui è evidente come la totale imparzialità sia difficile da raggiungere.

Riforme? Non così presto

L’ex ministro degli Interni Castaner (ora sostituito da Gerald Darmanin, attualmente sotto accusa per stupro, ma sono dettagli), probabilmente sull’onda delle manifestazioni, aveva fatto passi più lunghi della gamba. Tradotto, aveva annunciato che la polizia francese non avrebbe più messo in atto certe metodologie di arresto (il chokehold, cioè stringere un braccio intorno al collo della persona arrestata allo scopo di ridurre l’afflusso di sangue alla testa) e aveva promesso prossime riforme volte a punire tempestivamente gli agenti sospettati di razzismo. La marcia indietro è stata puntuale a seguito della manifestazione indetta dalla polizia francese, a cui moltissimi agenti hanno partecipato. I sindacati infatti hanno denunciato una difficoltà nello svolgimento del loro lavoro in caso di norme più stringenti, la stessa chokehold non è dunque messa in discussione.

La manifestazione del 2 giugno

“Oggi è una manifestazione per denunciare la negazione della giustizia. Oggi è una manifestazione per denunciare la violenza della polizia. Oggi è una manifestazione per denunciare la violenza sociale. Oggi è una manifestazione per denunciare la violenza razziale”.

Queste le parole di Assa Traoré, sorella del giovane ucciso nel 2016. Ventiquattrenne francese, di origini maliane, morì due ore dopo l’arresto nella zona nord di Parigi. La perizia medica ottenuta dalla famiglia, e resa pubblica nel giugno del 2020 conferma la morte per asfissia.

In migliaia sono scesi nelle strade di Parigi e in molte altre città francesi, 20.000 secondo la prefettura parigina, 60.000 se si ascoltano i numeri degli organizzatori. Non sono mancati anche esponenti di spicco del mondo politico come Jean-Luc Mélenchon, della sinistra radicale. “La gente deve potersi riconoscere nella polizia”, queste le sue parole. Tuttavia la manifestazione non è durata tanto quanto previsto, dopo poche ore infatti sono aumentate le tensioni e la polizia ha disperso i manifestanti con l’uso di gas lacrimogeni nei pressi di Place de la République.

Presa di coscienza di una generazione intera

La giovane generazione sembra essere le più attenta a queste tematiche, la stessa che si batte e scende in piazza per il clima. Si tratta di una messa in discussione radicale del modo di pensare che va ben oltre la distruzione o meno di certe statue o monumenti. Nel modo più drammatico possibile, è forse giunto il momento che ci si assuma la responsabilità delle proprie azioni e che sia la nuova generazione, per prima, a dire basta.

Sono nata bianca esattamente come altri sono nati maschi. Qui non si tratta di dire “ma io non ho mai ucciso nessuno”, o “ma io non sono uno stupratore”. Il privilegio è avere la scelta di riflettere su queste cose o infischiarsene. Non posso dimenticare di essere donna, ma posso dimenticare di essere bianca. Questo è precisamente il significato di essere bianca. Posso pensarci o non pensarci, a seconda dell’umore.
(Estratto della lettera riportata integralmente su Internazionale e letta in diretta da una radio francese lo scorso 4 giugno)