Oggi più che mai, nella situazione catastrofica in cui si ritrova l’Italia e che, in un certo senso, ha solo toccato l’apice dopo un già lungo periodo di declino, si può notare come la debolezza di un paese faccia di questo non una vittima da salvare, ma un bersaglio a cui mirare.

Sebbene i pregiudizi coinvolgano qualunque paese del mondo e continueranno a radicarsi nelle società anziché essere nettamente eliminati alla radice, l’Italia sembra essere soprattutto ora lo zimbello europeo e, se si vuole, mondiale. Pur facendo parte dell’Unione Europea sin dall’inizio della sua creazione nel 25 marzo 1957 con il Trattato di Roma, ad oggi gli italiani continuano a sembrare al resto dell’Europa più nordica la spina nel fianco che tutto sciupa e tutto confonde. Dei generatori di caos insomma. La fama degli italiani come popolo altamente disorganizzato è qualcosa che va oltre la consapevolezza degli italiani stessi, ma arriva alle orecchie dell’intero globo che, con piacere e superiorità, lo unisce alla lista di cose che gli italiani non sanno fare (eccetto cucinare e vestirsi bene si intende…).

Questa continua umiliazione, ricalcata di recente da giornali esteri, non fa altro che incrementare l’idea che già alcuni covano da qualche tempo e cioè quella di uscire dall’Unione Europea. Appartenenza politica a parte, tutti coloro che si sentono dare degli svogliati, dei fannulloni, dei vacanzieri persino, troveranno quindi facile in questo particolare periodo reagire indignati di fronte ad affermazioni di persone che ignorano totalmente la reale situazione italiana e che preferiscono far sentire la propria voce di paese, secondo quanto dichiarano, sviluppato, prevaricandone un altro in stato emergenziale. Tuttavia, questa è un’occasione per cogliere quel filo di disprezzo e amaro pregiudizio che perseguita l’Italia e gli italiani da molto tempo e usarlo per riflettere.

Tra il 1861 e gli anni Venti del XX secolo, un massiccio numero di italiani (circa una decina di milioni) emigrò negli Stati Uniti e diede luogo alla cosiddetta grande migrazione. Molti di loro sono rimasti in quella terra e sono oggi riconosciuti come oriundi italiani. Ciò che forse si tende a dimenticare al giorno d’oggi e la cui dimenticanza costituisce un’enorme colpa degli italiani, è che proprio in quel periodo, quando gli immigrati erano loro, sono stati per molto tempo nel mirino del razzismo e della discriminazione, proprio come oggi lo sono coloro che arrivano dall’Africa e da tutti gli altri paesi in crisi: ciò che cambia è solo il secolo.

Altro fatto interessante e che avvicina ancora di più gli italiani e gli odierni immigrati stranieri in Italia è che i primi erano chiamati esattamente i “negri bianchi”. Quando gli Stati Uniti acconsentirono ad accogliere le “genti bianche” presso di loro, non avevano ancora fatto i conti con le tante e varie tipologie di razze che questa insulsa categoria vorrebbe racchiudere. L’America protestante, bianca, anglosassone e omogenea non si aspettava certo di accogliere dei “bianchi non proprio bianchi” (si ricordi che la maggior parte di coloro che si erano imbarcati per gli USA provenivano dal meridione d’Italia e avevano quindi una carnagione che non rientrava appieno nella “purezza limpida” come intesa dal tipico bianco americano dell’epoca). Fu così che tanto scienziati quanto opinione pubblica americana presero a selezionare i bianchi per “razze”.

Gli italiani cominciarono ad essere derisi e chiamati con vari nomignoli fino ad allora riservati agli afroamericani come “dago”, “guinea”, “nigger wop” (guappo negro) anche se il più simbolico è proprio “negro bianco“: gli italiani non erano neri, non erano bianchi, bensì dei bianchi sporchi. Venivano esclusi dai luoghi di ritrovo, segregati nei posti per afroamericani e indirizzati ai cosiddetti “lavori neri”. Non passò molto tempo che gli italiani si unirono allora in comunità, crearono quartieri a loro riservati dove continuare e portare avanti le loro usanze natie e, pertanto, caddero nel mirino delle persecuzioni razziali.

A proposito di questo, è nota la strage del 1891 in cui undici italiani di New Orleans, sospettati di aver ucciso il capo della polizia della città David Hennessy, vennero letteralmente linciati da una folla che protestava fuori dal carcere in cui erano rinchiusi i prigionieri. Questi sospettati furono assolti praticamente subito, ma, non si sa per quale ragione, gli undici vennero comunque trattenuti in carcere e quello che seguì è storia. Non solo, un’indagine di un Gran Giurì definì gli omicidi messi in atto dalla folla contro le vittime addirittura “lodevoli”.

Se qualcosa può insegnare la storia è sicuramente che, sia per opportunismo preventivo o sia per sana lungimiranza, qualunque popolo ha poco di cui vantarsi per la presunta appartenenza a una certa razza o ad un’altra e deve innanzitutto ricordarsi che mai e poi mai può sapere cosa accadrà al paese in cui vive: guerre, crisi economiche, devastazioni naturali e tante altre cause possono piegare e minacciare la solidità di un paese nel giro di anni, mesi o giorni. Oltre a questo, le critiche che i paesi che si dicono avanzati e aperti mentalmente (e che si dichiarano ben lontani dagli oscuri lasciti del razzismo e quindi non muoverebbero mai accuse basate meramente sul pregiudizio ignorante) non devono essere motivo di rabbia, rancore o vendetta, bensì devono essere l’interruttore del miglioramento al quale gli italiani tutti, ma non solo, devono aspirare, non per eseguire gli ordini altrui, ma per dimostrare il proprio valore in modo concreto, verificabile e senza giri di parole. È solamente questa la lingua che il mondo parla: la lingua dei fatti.

Se questo tuffo nel passato potesse poi servire a riportare alla memoria di tanti che anche l’Italia “bianca” è stata soggetta a persecuzioni razziste, ciò non sarebbe per nulla meno auspicabile di quella tanto desiderata rinascita dalle ceneri dell’odio. A volte basta unicamente un po’ di memoria e di consapevolezza per riconoscersi in un volto straniero, soprattutto se si tratta solo di una più recente versione di sé.