Oggi i braccianti agricoli sono soprattutto stranieri, emigrati dal proprio Paese per cercare lavoro e fortuna in Italia: quello che però spesso succede è che si ritrovino in una situazione di caporalato, di sfruttamento e di ingiustizia sociale. Sono lavoratori senza contratto e senza diritti, ma anche indispensabili per l’economia italiana. Infatti la verdura e la frutta che raccolgono entrano a far parte della grande distribuzione, finiscono negli scaffali dei supermercati e infine sulle tavole degli italiani che, spesso inconsapevolmente, contribuiscono ad aumentare la loro situazione d’invisibilità.

Ogni anno sono circa tra i seimila e i settemila in tutta Italia i lavoratori stranieri che per sopravvivere accettano di lavorare molte ore al giorno per pochi euro e di vivere in ghetti malsani e disagiati, stanziati ai margini del campo di lavoro.

L’organizzazione umanitaria Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha inoltre svolto un’indagine nell’estate del 2019 riguardante lo sfruttamento dei braccianti agricoli: i dati raccolti hanno purtroppo evidenziato la gravità del problema.

Il rapporto dell’associazione MEDU e le condizioni dei braccianti

MEDU ha pubblicato i risultati della loro indagine del 2019 in “La cattiva stagione: rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti nella Capitanata“. Il team ha l’obiettivo di controllare la situazione, raccogliere informazioni e soprattutto fornire assistenza legale e cure mediche ai lavoratori agricoli.

Nell’estate del 2019, la zona interessata è stata la provincia di Foggia, in Puglia. Il 93% dei braccianti erano ragazzi e uomini giovani, la maggior parte originari dell’Africa Subsahariana e del Nord Africa, ma c’era anche chi arrivava dall’Est Europa, dal Centro e dal Sud-est Asiatico. Solo il 44% aveva invece un contratto di lavoro, mentre la maggior parte non aveva nessuno stipendio o era enormemente sottopagata, ricevendo pochi euro all’ora e vedendosi non retribuite intere giornate di lavoro.

Non avere un contratto di lavoro, nonostante si lavori comunque, porta a moltissime altre conseguenze che ostacolano il bracciante a vivere serenamente in Italia: non può prendere un’abitazione in affitto e senza il contratto di locazione non può iscriversi all’anagrafe, non può chiedere la residenza e quindi rinnovare il permesso di soggiorno diventa pressoché impossibile.

L’associazione MEDU ha poi constatato le pessime condizioni di salute dei braccianti migranti: molti di loro avevano malattie osteomuscolari e del tessuto connettivo, patologie dell’apparato digerente e malattie infettive. Le condizioni di salute sono infatti, per quasi la totalità dei casi, connesse all’ambiente insalubre e anti-igienico in cui erano costretti a vivere i lavoratori, isolati e senza avere la possibilità di integrarsi nella nostra società.

La maggior parte dei ghetti italiani costruiti intorno ai campi di lavoro sono sovraffollati e sprovvisti dei principali servizi indispensabili, come acqua, luce, gas e servizi igienici.

Inoltre, I braccianti agricoli non sono solo vittime di sfruttamento, ma anche di discriminazione, razzismo, violenza ingiustificata e xenofobia.
L’ultimo episodio si è verificato il 18 maggio 2020, quando un bracciante agricolo indiano di 33 anni si è presentato al pronto soccorso con lesioni e fratture in tutto il corpo, provocate dalle aggressioni di un imprenditore agricolo. Il motivo? L’uomo aveva solo chiesto protezioni per proteggersi dall’attuale pandemia da Covid-19, un diritto che dev’essere concesso a tutti, ma l’imprenditore non l’ha considerata una richiesta lecita e ha risposto con violenza.

I braccianti migranti vivono così in pessime condizioni, non hanno diritti e sono sfruttati tutti i giorni dal caporalato e dalla grande distribuzione, tutto questo sotto gli occhi delle istituzioni che faticano a prendere seri provvedimenti.

L’approvazione del decreto per la regolarizzazione è sufficiente?

Una delle tante conseguenze della pandemia da Coronavirus è stata sicuramente la crisi della manodopera agricola. Prima del lockdown infatti, molti braccianti stranieri sono tornati ai loro Paesi di provenienza per paura di una chiusura dei confini, abbandonando i campi.

Proprio per questo motivo, poche settimane fa in Parlamento è stato approvato il decreto rilancio (articolo 110bis) per regolarizzare i braccianti stranieri. La speranza è che non lascino l’Italia, assicurando loro finalmente un contratto di lavoro, diritti e un massimo di ore di lavoro al giorno regolarmente retribuite.

Sui 600.000 immigrati che vivono in Italia, questo decreto ne regolarizza solo 200.000, tra braccianti agricoli, colf, badanti e cittadini a cui è scaduto il permesso di soggiorno.

Non è comunque semplice regolarizzare i lavoratori. Il datore di lavoro può avanzare la richiesta di regolarizzazione versando una somma di 500 euro; nel caso in cui questo non avvenga, anche il lavoratore in possesso di un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019 può avanzare la domanda con un costo di 160 euro, solo però se dimostra di aver lavorato potrà avere un permesso di soggiorno temporaneo che vale fino a sei mesi.

Ciò presenta molti limiti: prima di tutto, può succedere che il datore di lavoro si rifiuti di regolarizzare i suoi dipendenti per evitare possibili accuse per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, sfruttamento, violenza e caporalato; in secondo luogo, non è detto che il bracciante migrante disponga di 160 euro per presentare la domanda di regolarizzazione, anzi molto spesso vive in situazioni di povertà; infine, non va dato per scontato che possieda un permesso di soggiorno.

Aboubakar Soumahoro, il principale attivista per la lotta al caporalato e allo sfruttamento dei braccianti, ha commentato così il decreto:

Mentre i nostri diritti marciscono da anni nei campi, la politica si è preoccupata della frutta e della verdura che rischiano di marcire. la vita umana è più importante delle fragole e degli asparagi.

Questo decreto è sicuramente un passo avanti verso un futuro più giusto e più equo per tutti, ma è sufficiente per assicurare a tutti i braccianti pari dignità e diritti?

Basta essere invisibili

Il 21 maggio 2020, i braccianti agricoli italiani hanno scioperato per chiedere espressamente diritti e dignità. Lo sciopero è stato promosso dall’Unione Sindacale di Base (USB) e pubblicizzato sui principali social networks da Aboubakar Soumahoro, che ha anche invitato i consumatori a non comprare per un giorno frutta e verdura:

Giovedì 21 maggio incroceremo le braccia e non raccoglieremo la frutta e la verdura, sosteneteci fermando i carrelli della spesa perché l’ingiustizia da una parte è una minaccia per la giustizia ovunque. Rifiutiamo che i braccianti diventino visibili allo sfruttamento e invisibili ai diritti.

Sciopereremo perché abbiamo il diritto di vivere liberi come tutti gli essere umani nati liberi […].

[…] abbiamo osato scioperare per sfidare la politica del cinismo, per sfidare i ricatti, i soprusi e per dimostrare che a marcire sono i diritti dei lavoratori. questo è solo l’inizio.

Gli hashtag #nonsonoinvisibile e #fermiamoicarrelli sono spopolati e la campagna social ha avuto un enorme successo ma nonostante ciò, nulla è stato ancora fatto da parte delle istituzioni. Aboubakar Soumahoro si è appellato proprio a loro:

Cari politici non ignorate il grido dei braccianti, dei consumatori e dei contadini/agricoltori che si è innalzato all’unisono per chiedere diritti e dignità per tutti i lavoratori della terra. Abbiate l’audacia di rivedere lo strapotere dei giganti del cibo, se volete contrastare lo sfruttamento ed il caporalato. Mettete gli stivali, venite nel fango della miseria e della sofferenza per ascoltarci, noi dannati della filiera agricola.

Senza i braccianti agricoli, la maggior parte del cibo che troviamo nella nostra tavola non potrebbe esserci ma questa consapevolezza evidentemente non basta per fermare lo sfruttamento. Sono esseri umani e come tali hanno il diritto di essere trattati con rispetto e con dignità: adesso, tocca solo alle istituzioni ascoltare la loro voce.