Pur vivendo in un mondo interconnesso e globale, molti non riescono ancora a capacitarsi di come le distanze si siano effettivamente ridotte. Questo spiega la sorpresa generale e lo sbigottimento in risposta alla diffusione mondiale del SARS-CoV-2, nome ufficiale del virus comunemente chiamato Coronavirus.

Molti Stati, tra cui l’Italia, hanno imposto misure decise per cercare di limitare la diffusione e il conseguente contagio della malattia. Allo stesso modo, diversi Paesi si sono anche impegnati a rimpatriare, dove possibile, i propri cittadini attraverso voli di Stato.

Per quanto riguarda l’origine della malattia COVID-19, generalmente (ed erroneamente) chiamata Coronavirus, non ci sono informazioni certe. Di certo c’è invece la diffusione di teorie ascientifiche o inventate che hanno lo scopo di alimentare la paura e la confusione.

Le origini e il nome

Innanzitutto, sarebbe più corretto parlare di Coronavirus (al plurale), riferendoci a diversi virus respiratori che possono causare malattie diverse tra loro: da un leggero malessere fino a casi estremi come la SARS (sindrome respiratoria acuta grave, in inglese: Severe Acute Respiratory Syndrome).

Dunque, la nuova SARS-CoV-2 (che noi tutti chiamiamo Coronavirus) fa parte di una grande famiglia di virus e si tratta di una variante finora mai scoperta. Ancora oggi le varianti conosciute sono sette e sono abbastanza comuni negli animali come cammelli e pipistrelli. È tuttavia estremamente raro che queste virus si evolvano e infettino anche gli esseri umani.

Per quanto riguarda l’origine, invece, gli scienziati e gli esperti dell’ambito non sanno ancora dare una risposta. Originariamente si è ipotizzato che potesse essere un caso di trasmissione animale, ma questa ipotesi è al momento congelata. Tuttavia, molti dei primi contagiati sono tra coloro che avevano frequentato il mercato di frutti di mare di Huanan.

Inoltre, la maggior parte degli scienziati, alcuni anche attraverso lettere aperte, discredita le teorie del complotto che stanno prendendo piede sui social media. Una di quelle più comuni attribuisce la colpa a delle sperimentazioni su animali presso l’Istituto di Virologia di Wuhan, fatto immediatamente smentito dalle autorità cinesi.

L’atteggiamento della Cina

I vertici dell’OMS e dell’ONU hanno lodato la trasparente reazione della Cina e la messa in atto di misure adatte per contenere la situazione. Tuttavia, ad un occhio più attento e meno diplomatico non sfuggono i limiti dell’autocrazia locale.

Uno di questi segnali è il fatto che il primo caso era già stato segnalato l’8 dicembre ma la risposta delle autorità locali è arrivata solo il tre settimane dopo. Altro esempio è il caso del dottore Li Wenliang, che per primo aveva messo in guardia riguardo l’evolversi della situazione. Il suo messaggio, in una chat di gruppo, è stato però diffuso con una tempistica discutibile. Il ritardo è stato causato dalle autorità locali che hanno convocato il dottore, nel mezzo della notte, per criticare la sua condotta poco patriottica. Tre giorni dopo la convocazione, infatti, ha dovuto firmare una dichiarazione che attestava l’illegalità del suo comportamento. L’oftalmologo Li Wenliang è ora morto, proprio a causa del Coronavirus, dopo aver trattato una donna che era ignara di essere stata contagiata dalla figlia.

Se da un lato il comportamento delle autorità cinesi non è stato dunque cristallino, certi aspetti della gestioni sono stati ineccepibili. Quello che più ha sorpreso è stato certamente la costruzione di un nuovo ospedale in soli dieci giorni; ma anche la capacità di isolare con successo intere città ha avuto un forte impatto mediatico. Indubbiamente, questa efficacia nella gestione è però in gran parte dovuta alla stretta morsa del potere centrale sulla vita pubblica

Coronavirus: cosa succede a terra e nei mari?

Essendo i dati in continuo cambiamento, si consiglia di controllare i siti dell’OMS (WHO) o del Ministero della Salute per avere dei dati precisi. Quello che è certo è che non si tratta certamente di una pandemia in quanto i Paesi afflitti sono per ora una trentina, specialmente quelli asiatici e l’Occidente.

La Cina rimane il Paese più colpito con un altro numero di morti mentre nel resto del mondo si parla solamente, per ora, di decine di decessi. Molti Paesi, e le relative compagnie aeree, hanno comunque deciso di imporre un blocco dei voli verso la Cina. La reazione delle autorità locali è stata di chiara protesta diplomatica in quanto temono che queste misure siano dannose al Paese.

Situazione particolare è invece quella delle due navi MS Westerdam e Diamond Princess. La prima è attraccata in Cambogia dopo essere stata respinta da cinque Paesi asiatici mentre la seconda è attraccata in Giappone a Yokohama, dove è in atto un processo di quarantena.

La MS Westerdam, grazie alla concessione del primo ministro e autocrate Hun Sen, ha potuto far sbarcare alcuni dei passeggeri. Proprio questa scelta, fatta per dimostrare la fedeltà all’alleato cinese, ha però avuto conseguenze sgradevoli. Alcuni passeggeri sbarcati, infatti, sono stati trovati positivi al virus una volta giunti in aeroporti del Sud-Est Asiatico. Mentre l’equipaggio rimane a bordo in quarantena si sta dunque cercando di rintracciare i possibili pazienti infetti.

La Diamond Princess, invece, ha gestito la crisi in maniera più efficace. Tutti i passeggeri hanno trascorso un periodo di quarantena e ora circa 1000 passeggeri hanno già abbandonato la nave. Tuttavia, si sono registrati anche due morti e circa seicento infetti che ovviamente stanno ricevendo le cure e per questo non possono essere rimpatriati. Nonostante gli sbarchi, rimangono a bordo ancora più di metà dei passeggeri e l’equipaggio.

L’Italia: tra allarmismo, misure di sicurezza e discriminazione

L’Italia ha reagito prontamente con misure che la comunità internazionale ha inizialmente ritenuto drastiche, ma poi adottato a sua volta. Lo stop dei voli è arrivato il 30 gennaio, creando tensioni diplomatiche col gigante asiatico a cui l’Italia però ha risposto picche.

Inoltre, dei voli di Stato hanno riportato in patria i cinquantasei italiani a Wuhan il 3 febbraio. La missione, a cui ha partecipato anche il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, ha permesso di recuperare cinquantasei connazionali. Caso particolare è stato quello del giovane Niccolò, di diciassette anni, che è rimasto per due volte bloccato in Cina a causa di una febbre non legata però al Coronavirus. Anche lui è rientrato il 15 febbraio e come gli altri dovrà stare in quarantena presso la Cecchignola prima di poter rientrare a casa.

Il 21 febbraio sono stati invece segnalati i primi casi di contagio secondario di Coronavirus di cittadini italiani in Italia. Ad oggi, domenica 23 Febbraio, sono stati attestati 155 casi, prevalentemente tra Lombardia e Veneto.  I primi contagiati sono stati tutti immediatamente ricoverati all’ospedale di Codogno. Attualmente si registrano anche tre decessi, tutti di persone sopra i settantacinque anni, e un caso di completa guarigione. La Regione Lombardia si è mossa nella giornata, pubblicando notizie e tenendo una conferenza stampa dove ha parlato l’assessore al Welfare Gallera. Per sicurezza, le città di Casalpusterlengo, Codogno e Castiglione d’Adda hanno chiesto ai cittadini di rimanere possibilmente in casa.

Infine, la nota dolente, oltre ai titoli inutilmente allarmistici di molte testate, va agli atti di discriminazione che colpiscono cittadini cinesi o italiani di origine asiatica. Tra turisti cinesi insultati a Firenze e a Venezia, insulti e teorie complottiste sul web, cartelli affissi su ristoranti cinesi di Roma e il boicottaggio di prodotti e ristoranti cinesi la situazione certo non è rosea. In protesta, molti cinesi sono scesi in piazza a Genova e altre città italiane con cartelli che affermano “io non sono un virus”.

Come procederà la situazione?

I contagiati lombardi verranno spostati all’ospedale Sacco (e uno anche al Sant’Anna di Como) che insieme allo Spallanzani di Roma è attrezzato per gestire questa emergenza sanitaria. Una nota della regione Lombardia informa inoltre, in caso di sintomi come influenza e/o problemi respiratori, di non recarsi in Pronto Soccorso ma di chiamare l’Unità di Crisi di Regione Lombardia al numero 800894545, che provvederà a trattare la situazione.

In Lombardia i casi sono già arrivati a 122, ma il virus è stato trovato anche in Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Lazio; nelle altre regioni invece la situazione rimane stabile.

Per il resto, trattandosi di una situazione in continua evoluzione, si raccomanda solamente di seguire tutte le misure precauzionali emanate dall’OMS e dal Ministero della Salute in modo da minimizzare i rischi.