Capita, di tanto in tanto, che sul servizio streaming di turno spunti qualche nuovo titolo intenzionato a raccontare il mondo attraverso tante piccole storie di vita. Si tratta di serie tv antologiche, composte da manciate di episodi autonomi e diversi l’uno dall’altro, che si possono spizzicare qua e là senza per forza seguire un ordine preciso. Ognuno infatti è una sfumatura della porzione di realtà che la serie vuole mostrare, sia il caos sentimentale, come in Easy (su Netflix), oppure l’amore in ogni sua forma, come in Modern Love (su Amazon Prime Video).

L’ultima ad aggiungersi al gruppo si chiama Little America e come filo conduttore ha scelto le tante sfaccettature dell’immigrazione. La si trova su Apple TV+, che ormai sembra aver intrapreso la strada della serialità dall’impronta sociale, e non sgomita affatto per farsi notare.

Little America non racconta storie straordinarie. Non vanta grandi nomi. E non romanza le sue trame al punto da distorcerne il senso del reale. Semplicemente narra di otto persone di diversa provenienza (dalla Francia all’India, dalla Nigeria alla Siria) e della loro esperienza da immigrati negli Stati Uniti.

C’è un ragazzino che deve destreggiarsi tra la scuola e la gestione del motel di famiglia nell’attesa che i genitori possano rientrare nel paese, per esempio. C’è una liceale piuttosto ingestibile che scopre una possibilità di riscatto nello squash. E c’è anche – in chiusura di serie – un rifugiato siriano che decide di chiedere asilo politico quando la sua famiglia scopre che è gay.

Per tutti l’epilogo è un lieto fine, eppure non si ha quasi mai la percezione che la serie sia eccessivamente stucchevole e artefatta. Soprattutto perché si tratta di percorsi di vita veri di persone che esistono davvero.

Little America serie tv Apple

Un po’ come nel caso di Modern Love – la serie romantica ispirata dai racconti personali inviati all’omonima rubrica del «New York Times» – le loro storie si possono leggere nella sezione Little America di «Epic Magazine», un sito che raccoglie e pubblica narrazioni di vicende reali. E ad aggiungere valore al tutto è il fatto che a adattarle, produrle e dirigerle sia una squadra creativa formata perlopiù da immigrati o americani di seconda generazione. Non solo tra i produttori figurano il comico pakistano Kumail Nanjiani (The Big Sick, Silicon Valley) e lo sceneggiatore Alan Yang (Master of None). Lo showrunner Lee Eisenberg (The Office) ha inoltre radunato autori e registi che condividessero radici ed esperienze con i protagonisti di ciascun episodio.

Il loro contributo si avverte, eccome. Perché il significato di Little America non emerge da morali esplicite e rumorosi colpi di scena; bensì affiora dai più piccoli dettagli del quotidiano. L’essere immigrati è un groviglio di sensazioni che muovono rapidamente dall’incertezza all’euforia, dalla nostalgia al desiderio di accettazione, dalla solitudine all’apertura graduale a nuova vita. È come restare sospesi in un limbo, e per uscirne i suoi protagonisti si fanno coraggio aggrappandosi a cose minime.

Un dizionario di inglese, un cappello da cowboy e una canzone di Kelly Clarkson sono un po’ come oggetti transizionali: servono a cercare un conforto nella cultura di arrivo, abbandonando gradualmente le comprensibili resistenze determinate dalla cultura di appartenenza.

L’elemento apprezzabile – e ancora piuttosto raro nei contenuti non solo di produzione statunitense – è che qui non c’è quasi traccia del tradizionale sogno americano. O meglio, Little America prova a chiedersi se la storia dell’America come il punto di approdo dove ognuno può diventare ciò che vuole sia vera. Per tante persone lo è, probabilmente. Ma per una buona parte di queste il percorso è molto tortuoso: si scontra con le diffidenze altrui, con le proprie, e talvolta con il sistema stesso. E anche una volta giunto il lieto fine, se ne rimane segnati irrimediabilmente.

Little America serie tv Apple

Si volesse dare un assaggio alla serie, il terzo episodio, The Cowboy, è il migliore per capire il senso di Little America. Protagonista è Iwegbuna Ikeji (interpretato splendidamente dall’attore nigeriano Conphidance), un giovane che dalla Nigeria si trasferisce in Oklahoma per studiare economia. Sono i primi anni Ottanta e il suo misto di entusiasmo ed eccessiva franchezza nel criticare qualche abitudine americana lo rendono piuttosto strambo allo sguardo di compagni e professori. Iwegbuna si aggrappa così alla sua passione d’infanzia per i western hollywoodiani ed entra in un negozio di abbigliamento per cowboy, dove due signori del posto, dopo qualche perplessità iniziale, lo prendono sotto la propria ala. Da qui la sua solitudine inizia a riassorbirsi e comincia anche il suo percorso di integrazione. Non senza il dolore per la lontananza della famiglia e il senso di colpa nel sapere che in Nigeria sia in corso un colpo di stato.

Nell’episodio, come in tutti gli altri, nulla viene amplificato. Né l’isolamento di Iwegbuna né tantomeno le piccole e innate manifestazioni di razzismo nei suoi confronti. Come del resto gli Stati Uniti non vengono mai idealizzati come terra salvifica, patria di sogni non concretizzabili altrove.

Il che fa di Little America una serie straordinariamente apolitica per i tempi polemici, faziosi e diffidenti che corrono. Il suo è il racconto di un lato piccolo dell’America, che la paura del diverso ha ingigantito fino a distorcerne i lineamenti umani. Attraverso le storie di persone reali, Little America prova semplicemente a restituirgliene qualcuno. Le offre al suo pubblico resistendo alla difficile tentazione di inclinarsi da una parte o dall’altra, e lasciandolo libero di fare i conti con le proprie emozioni.