PREFAZIONE

“Ma c’era in lui anche un incessante bisogno di scrittura, d’usare la scrittura per indagare il mondo nelle sue manifestazioni multiformi e nei suoi segreti e anche per dare forma alle sue fantasie, alle sue emozioni, ai suoi rancori”.

Così scrive Italo Calvino a proposito di Leonardo da Vinci, nella terza lezione americana, quella dedicata all’esattezza

Più è più volte ho letto e riletto quella lezione, sentendo di condividere quella stessa malattia per la scrittura. Anzi, forse è meglio dire, sentendo di condividere quell’antidoto che la scrittura mi fornisce, aiutandomi a combattere la mia incapacità di affrontare il mondo direttamente. 

Calvino dedica la prima delle sue lezioni al tema della leggerezza, e proprio all’inizio della conferenza ricorda al lettore il mito di Perseo, eroe che riesce a vincere Medusa, terribile gorgone che pietrifica chiunque la guardi negli occhi, evitando e il contatto visivo diretto, in nome di quello indiretto, e cioè riflesso nello scudo. 

La scrittura è quello scudo. E sì, Medusa è il mondo, e guardarlo indirettamente fa un po’ meno paura, e spesso si rivela la carta vincente, o almeno, la mia preferita. 

Sempre durante le sue conferenze, Calvino dice di non parlare granché, ma di scrivere molto. 

Ahimè, io parlo anche molto, e chi mi frequenta lo sa bene; tuttavia mi affascina anche il silenzio (sì mamma, giuro, l’ho detto!). 

Questa raccolta nasce proprio da un esperimento a cui ho sottoposto me stessa: cosa succede se sto zitta, svuoto la testa da me stessa e dai miei pensieri, e mi concentro sui particolari che mi circondano? Cosa succede se provo ad estraniarmi, ad alienarmi da me, a diventare un’altra parte di mondo? 

Tengo a precisare che non si è affatto trattato di un esercizio di stile fine a se stesso. Al contrario, la prima volta è venuto spontaneamente. 

Avevo perso l’autobus e mi ero seduta al bar. 

E lì c’era un uomo, un uomo anziano e solo. 

E quello che è successo lo scoprirete solo leggendo il primo capitolo. 

Ero lì seduta al bar e sentivo il bisogno di scrivere, di scrivere di lui, perché mi suscitava emozioni talmente particolari che non volevo rischiare di dimenticare.

Questi racconti, in realtà, sono fotografie, quadri impressionisti, perché fissano attimi, momenti, emozioni. Si concentrano su un soggetto, che delineano a perfezione, in ogni particolare (reale o supposto), per poi sfumare o appena abbozzare i contorni (il contesto, il prima, il dopo). 

E mi sono resa conto di quanto mi piaccia fotografare con le parole.

Questi racconti sono fotografie di attimi, e ognuna è dedicata ad un soggetto ben preciso, di cui non saprò mai il nome, ma che avrà sempre un posto speciale nella mia sensibilità più profonda.

Altre volte il loro nome lo conosco, sono persone a me vicine, che mi hanno fatto stare bene, o male, o in qualsiasi altro modo mi abbia indotta ad impugnare una penna.

Ognuno di loro mi ha aiutata a capire qualcosa di me, perché c’è un po’ di noi in ogni pezzetto di mondo, tutti noi siamo pezzetti di mondo insostituibili ma anche interscambiabili, se solo vogliamo imparare a farlo.

Il titolo della raccolta è Caratteri ed è volutamente provocatorio. Non esistono caratteri, non esistono tipi, esistono solo tante esperienze. Nel III a.C. circa un discepolo di Aristotele, Teofrasto, compose un’opera, intitolata I Caratteri, nella quale delineava una serie di caratteri “tipo”. Ma io sono del parere che i tipi non esistano, e che fra Plauto e Terenzio sicuramente quest’ultimo avesse davvero capito di che cosa si riempiono gli animi degli uomini. Non certo di caratteri, ma di momenti.

Ecco i momenti che ho fotografato io.                                                                                    

A Claudio,

che resta 

il mio momento

preferito.

CARATTERI, 1

Anni, birre, pensieri d’agosto

Ore 12:53.

L’anziano signore siede solo, al primo tavolino a destra, appena fuori dal bar.

Quando sono arrivata stava bevendo una birra, ora ne ha già ordinata un’altra.

Non l’ha ancora bevuta però. È poggiata lì, fra un bicchiere che non sta usando e un giornale che non sta leggendo.

In radio suona Sally di Vasco Rossi e lui picchietta con le dita sul bracciolo della sedia, ma non sempre, a tratti, come per tenere il tempo, ma solo nei punti che gli piacciono.

Non beve ancora.

Guarda un po’ a terra, un po’ in aria, e spesso il suo sguardo si poggia sulla piazza antistante il bar, dove passa qualche sporadica figura, ma poche, perché è un nuvoloso e appiccicoso giovedì di inizio agosto e l’aria odora già un po’ di autunno. 

Poche, silenziose figure.

Una donna con la spesa, un bambino con un cane, un uomo con un computer, una ragazza che corre. Le guarda tutte, ma non le vede.

La canzone è cambiata.

Deve ancora abituarcisi, preferiva l’altra.

Prende il giornale, neanche lo apre, ma lo guarda.

Ci giurerei che non ha letto davvero neanche un titolo.

L’orologio della piazza batte le 13, tutti i piccioni che erano poggiati alla fontana volano via, scuotendo l’aria con i loro battiti d’ali disordinati e confusi.

L’uomo sembra tornare alla realtà.

Finalmente, sorseggia la sua birra.

Poi fissa di nuovo il vuoto.

Barba lunga e bianca, come i capelli.

Picchietta di nuovo sulla sedia con il dito, ma questa volta non c’è nessuna canzone. Forse segue il ritmo dei suoi pensieri.

Non ha detto una parola. Chissà cosa pensa.

Chissà che direbbe se solo sapesse che sono qui seduta al tavolino affianco al suo, a scrivere di lui.

È partita un’altra canzone.

Questa sembra piacergli.

E sorseggia ancora un po’ di birra.

Ore 13:13.

 


FONTI

Il racconto è di Esmeralda Moretti