Nel precedente articolo abbiamo delineato le teorie del negazionismo climatico e cosa facilita la loro diffusione. Ancora una volta il dito va puntato sulla disinformazione, spesso pilotata. Da chi? Come? E fino a dove arriva questa manipolazione?

Dalle lobby in giù

Che il negazionismo climatico interessi “Big Oil” non c’è da stupirsi. Tra l’altro, ce lo conferma un report di Influence Map dello scorso anno. Nei tre anni successivi agli Accordi di Parigi, le cinque giganti del petrolio ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total hanno speso un totale di un miliardo di dollari per pubblicità ingannevoli sul clima e attività di lobbying.

Il modus operandi quando si passa alla comunicazione diretta alla gente comune – l’opinione pubblica è centrale perché fa pressioni a sua volta – è stato riassunto dagli studiosi americani Chris e Mark Hoofnagle in cinque tecniche, pilastri del negazionismo scientifico in generale:

  1. Cospirazione: si insinua che il consenso scientifico verta su dati falsi o nasconda la verità;
  2. Cherry-picking: si sceglie uno studio o un suo aspetto che fa comodo, magari obsoleto o atipico, senza guardare la letteratura scientifica (né la singola teoria) nel complesso;
  3. Falsi esperti: si pongono in disaccordo con tutti gli altri, nonostante siano costoro ad essere supportati da evidenze;
  4. Alternative impossibili: si pretende la certezza assoluta delle teorie, nonostante sia spesso impossibile da raggiungere nella ricerca scientifica;
  5. Fallacie logiche: si punta su argomenti estranei al discorso scientifico, specie con offese a singoli per screditarli (si pensi agli insulti rivolti a Greta, ad esempio).

Particolarmente importante è il punto 3, che dà origine alla cosiddetta “strategia del tabacco”. Si tratta delle misure messe in atto dall’industria del tabacco quando si iniziò a parlare dei danni alla salute del fumo di sigaretta. Si cercarono scienziati – non necessariamente specializzati nel settore – che controbattessero alle evidenze delle varie ricerche, per trasmettere l’illusione che ci fosse ancora dibattito sul tema. Se il danno non è certo, il consumatore è più propenso ad acquistare ancora un pacchetto.

Il riscaldamento globale negli ultimi 50 anni: l’innalzamento delle temperature si concentra soprattutto nell’artico, dove arriva ai +2°

Lo stesso è avvenuto in concomitanza di altri studi, tra cui quelli sul cambiamento climatico, appunto (come abbiamo già visto anche nel precedente articolo).

Media – i falsi esperti

Basta poco perché i media – anche non deliberatamente malintenzionati – cadano in uno dei punti precedenti.

L’idea che gli esperti abbiano ancora dubbi può essere veicolata, ad esempio, dai confronti televisivi uno contro uno, che vedono un sostenitore e un oppositore del cambiamento climatico. Potrebbe sembrare la scelta più corretta, in nome della par condicio, ma il confronto non rispecchia la realtà: la comunità scientifica non è affatto divisa sul tema (tanto meno a metà!).

Ancor peggio se a parlarne vengono chiamate figure non competenti in materia. È il caso di personaggi dello spettacolo, opinionisti e così via, ma anche di personalità rilevanti nel mondo scientifico che però non sono climatologi né si occupano di clima. Negli ultimi anni hanno conosciuto le bufale persino interventi di Antonino Zichichi, Carlo Rubbia, Franco Battaglia e altri.

Non è un fenomeno solo italiano, chiaramente: una delle ultime petizioni negazioniste è la European Declaration: There is no Climate Emergency, e ha come firmatari circa 500 accademici da tutto il mondo. Presentata a varie autorità italiane ed europee, vuole scagionare le emissioni di CO2 e difendere il consumo di combustibili fossili. Tra i sostenitori ci sarebbero anche nomi di aziende dell’energia e del petrolio, ma mancherebbero – ironicamente – esperti di climatologia.

Politica – il Mondo

Sul fronte politico i più inclini al negazionismo climatico sembrano essere, da ogni parte del globo terracqueo, le formazioni conservatrici. Uno dei negazionisti più famosi è senz’altro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ritiene che il cambiamento climatico sia una bufala. Uno dei tweet più esemplificativi del suo atteggiamento è dell’inverno scorso:

“Nel bellissimo Midwest, il vento sta portando la temperatura percepita a -51°, la più fredda mai registrata. Nei prossimi giorni, si prevede che sarà ancora più fredda. La gente non resiste fuori neanche qualche minuto. Cosa sta succedendo al surriscaldamento globale? Torna presto, abbiamo bisogno di te!

Al centro delle polemiche delle ultime settimane è il primo ministro australiano Scott Morrison, duramente criticato per la cattiva gestione dell’emergenza incendi e per lo scarso impegno profuso verso la riduzione delle emissioni del Paese. Non si può dire un vero e proprio negazionista (ha recentemente ammesso che gli incendi sono dovuti anche al surriscaldamento globale, assieme ai fuochi controllati e a quelli intenzionali). Tuttavia nel 2018 il suo governo ha respinto il rapporto del Comitato dell’Onu per il clima (l’IPCC), che prevedeva l’eliminazione graduale di tutte le centrali a carbone entro il 2050. Morrison, al contrario, punta proprio sull’industria mineraria, la quale dal canto suo fa sapere che il carbone australiano sarebbe “di alta qualità e compatibile con gli obiettivi di Parigi di riduzione delle emissioni“.

Politica – l’Europa

In Europa una fetta sempre più ampia del panorama politico ammette il cambiamento climatico, cause umane e pericolose conseguenze comprese, e si cerca – chi più chi meno – di muoversi in direzione opposta. Non a caso i cittadini del Vecchio Continente sono praticamente compatti (93%) nel ritenere il cambiamento climatico un grave problema, che i vari governi nazionali devono impegnarsi a contrastare, e che loro stessi stanno già cercando di contrastare (soprattutto – 75% – riducendo e riciclando i rifiuti).

Il fronte negazionista si sposta progressivamente, così, verso l’estrema destra. Fanno eccezione il partito nazionalista finlandese Sannfinländarna (“Partito Finlandese”), il lettone Nacionālā apvienība (“Alleanza Nazionale”) e Fidesz (“Unione Civica Ungherese”) del primo ministro ungherese Viktor Orban.

Tra le undici formazioni che, invece, non hanno una posizione definita troviamo la Lega. Tuttavia, non sono passati inosservati i casi in cui Matteo Salvini ha replicato la discutibile confusione tra meteo e clima che era già di Trump. In un video su Facebook del maggio scorso, ad esempio, afferma

Ci hanno parlato di riscaldamento globale, ma non ricordo un maggio così freddo e piovoso nella mia vita: speriamo che arrivi ‘sto caldo!”

Un futuro sostenibile

Ad ogni modo, da parte di tutta la politica dovrebbe venire uno slancio molto più significativo di quello attuale per avere una vera inversione di tendenza. Perché questo avvenga, è indispensabile che tutti ci rendiamo più consapevoli dei processi in atto. Il negazionismo climatico è un serio ostacolo ad un progresso ecosostenibile – ma soprattutto “umano-sostenibile”. Lo è in modo diretto, perché viene a mancare l’impegno concreto di queste persone. E lo è in modo indiretto perché ne influenzano altre, portandole a sottostimare il problema.

Bisogna ascoltare gli scienziati, o meglio la comunità scientifica nel suo complesso, che da qualche decennio ormai ci mette in guardia, passando però fin troppo in sordina.