Cos’è e a cosa serve?

In questi giorni, particolarmente frenetici per la politica italiana, si sono sentite infinite semplificazioni e mistificazioni sul MES (meccanismo europeo di stabilità) o, in inglese, ESM. Si cercherà quindi in questo articolo di spiegare il più semplicemente possibile che cosa sia esattamente. In realtà esso non è che la rimodulazione di due organi: il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e il meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (EFSM). Essi verrebbero sostituiti, alla firma del trattato, da un unico organo europeo (il MES appunto) riguardante esclusivamente i Paesi la cui moneta è l’Euro. Il suo obiettivo è, come da articolo 3 del trattato, quello di:

mobilizzare risorse finanziarie e fornire un sostegno alla stabilità […] a beneficio dei membri del MES che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari, se indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e quella dei suoi Stati membri. […]

Qual’è il contributo dell’Italia?

Per renderlo funzionante è stato stabilito un metodo di contribuzione bilanciato. Esso prevede un apporto di capitale da parte di ogni membro del MES in cambio di quote MES corrispondenti. Nel caso dell’Italia è prevista una sottoscrizione di capitale di 125.395.900.000 di euro, ovvero il 17% della contribuzione totale, per un numero di quote pari a 1.253.959. L’Italia sarebbe dunque al terzo posto come contributore dopo Germania e Francia; ciò è mostrato nei due documenti allegati al trattato stesso.

L’organigramma del MES

La composizione dell’organismo prevede un Consiglio dei Governatori (Board of Governors) , un Consiglio di Amministrazione (Board of Directors), un Direttore Generale (Managing Director) ed un Consiglio dei Revisori (Board of Auditors). Come stabilito dall’articolo 30, questi ultimi sono membri indipendenti e nominati dal Consiglio dei Governatori. I governatori, invece, sono diciannove, ciascuno nominato da un membro del MES. A capo del Consiglio dei Governatori vi può essere, a discrezione del Consiglio stesso, il presidente dell’Eurogruppo oppure un membro eletto tra essi. Inoltre ciascun governatore ha la facoltà di eleggere un amministratore con potere decisionale in base a quanto stabilito nel trattato all’articolo 6 o come delegato del governatore.

Tuttavia, osservando il trattato nella sua versione inglese, c’è un dettaglio che potrebbe creare confusione. Quello che nella versione italiana è l’Amministratore (membro del Consiglio d’Amministrazione), nella versione inglese è il Director (membro del Board of Directors); esiste però un altro organo, presieduto dal Direttore Generale (Managing Director), che potrebbe essere tradotto come Consiglio di Amministrazione. Si tratta del Management Board diretto da Klaus Regling, già parte del FMI e personaggio di spicco del mondo economico.

Il ruolo del Management Board

Klaus Regling

Questo organismo e con esso il suo Direttore, a differenza di quanto scritto da «L’intellettuale Dissidente», non è stato “eletto dal signor nessuno”, ma nominato dal Consiglio dei Governatori e riconfermato l’8 ottobre 2017 per il suo secondo e, in rispetto del trattato, ultimo mandato. Il suo compito, descritto all’articolo 7, insieme agli altri componenti, è quello del disbrigo degli affari correnti. Egli è anche il rappresentante legale del MES. Non si sta cercando di fare un’apologia del MES e, certamente, il fatto che nel Management Board non sieda nessun italiano crea una certa inquietudine, in quanto l’Italia è il terzo contributore di questa organizzazione. È però necessario che le affermazioni siano fatte con un certo criterio: basandosi sui fatti e non sulle speculazioni.

Immunità penale: perché è un rischio

Si segnala che l’articolo 35, al comma 1 e 3, del suddetto trattato si esprime così:

1. Nell’interesse del MES, il presidente del consiglio dei governatori, i governatori e i governatori supplenti, gli amministratori, gli amministratori supplenti, nonché il direttore generale e gli altri membri del personale godono dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godono dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti.

3. Il direttore generale può revocare l’immunità di qualsiasi membro del personale del MES, eccetto se stesso.

Si tratta, dunque, di un’immunità penale a tutti gli effetti (chiamiamola pure scudo penale, se vogliamo) ma, in un Paese dove a proposito della vicenda ILVA la maggioranza dei partiti (tranne il M5S) e gran parte delle testate giornalistiche si sono schierati per la reintroduzione di una tale protezione legale, non deve stupire che non si sia levato nessun grido. Mancano infatti le voci dei soliti noti che normalmente condannerebbero gli Euroburocrati egoisti ed noncuranti. Non si deve scordare che il predecessore del MES, il cosiddetto Fondo salva-Stati, è responsabile come parte della Troika (BCE, FMI e UE) della disastrosa situazione greca, le cui conseguenze, anche tragiche, sono ben note ad ognuno di noi.

Criticare il sistema essendo disinformati

Nonostante ci siano quindi solide basi per una critica strutturale, alcuni esponenti dei partiti di destra preferiscono continuare nella loro opera di disinformazione bugiarda. Insorge dunque il legittimo dubbio che non siano così furbi ed informati da poter esser capaci di muovere obiezioni fondate. Questa affermazione è supportata dal fatto che, di fronte alla telecamera di FanPage, Salvini non sia riuscito a spiegare cosa siano le Cacs, limitandosi a definirle “clausole che sono in cauda venenum”. Alla richiesta di chiarimenti più specifici, si è limitato a esprimere il suo disappunto tramite dei mugugni, dando poi uno dei suoi famigerati “bacioni” al cronista. Simile l’atteggiamento dei colleghi della Lega che hanno deferito la questione ai “tecnici”, come se loro non avessero il dovere di essere informati. Viene naturale chiedersi come si possa esprimere un parere su qualcosa di così delicato quando non se ne ha conoscenza diretta.

Le Cacs

Altro aspetto rilevante toccato nel MES è proprio quello delle Cacs (Clausole di Azione Collettiva). Esse agiscono sui titoli del debito pubblico, in Italia BTP, BOT e CCT, che assumendo denominazione Cac permettono allo stato di ricontrattare le condizioni d’acquisto di tali titoli; questo mette indubbiamente in allarme il piccolo risparmiatore che solitamente si affida alla sicurezza dell’investimento in Titoli di Stato. Queste clausole permettono ad una banca, in caso di dissesto finanziario, di  agire in modo unilaterale sui creditori. In ordine gerarchico, partendo dagli azionisti fino agli obbligazionisti e poi in casi estremi arrivando anche ai conti deposito e correntisti (solo oltre i 100 mila euro), potrebbero rinegoziare la vendita di quei Titoli di Stato svantaggiando il risparmiatore. Certo, si tratterebbe di un’azione quasi eversiva che scatenerebbe panico e lo svuotamento dei conti corrente.

Il parere degli esperti

Il trattato è stato bocciato per diverse ragioni anche da una lettera aperta di trentadue economisti. Essi ricordano come i parametri fondanti sembrino scelti apposta affinché l’Italia non riesca a rispettarli, inoltre, se l’Italia dovesse mai ricorrere al MES, essa:

[…] sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito e potrebbe esserle richiesto di ristrutturarlo. In questo caso subirebbero perdite non solo i possessori privati dei nostri titoli di Stato, ma soprattutto i bilanci delle banche, facendo precipitare tutto il sistema creditizio in una grave crisi. […]

Questi trentadue esperti pongono infatti l’attenzione sul fatto che, seppur non ci sia nessun automatismo riguardante la ristrutturazione del debito pubblico, il fatto stesso che aumentino le possibilità di una ristrutturazione del debito mette in crisi i mercati, come evidenziato dalla crescita dello spread. Viene inoltre fatto notare che, nonostante le variazioni siano minime rispetto alla condizione precedente, esse vadano nella direzione sbagliata. Il problema rimane nel principio, a parere dei trentadue, che guida la politica economica dell’Unione Europea basata sulle regole del Fiscal Compact. Una politica, quella Europea, di austerity (Nord)Europea dove il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito sono i due fattori principali.

Ritardatari cronici

Infine una considerazione meno economica: la data in calce al trattato è 2 febbraio 2012, da quel giorno sono passati quasi otto anni e ben cinque governi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte I). È mai possibile che nessuno, nemmeno i più diligenti nello studio dei dossier, se ne siano accorto? L’Italia è cronicamente in ritardo, non poteva non esserlo anche sul MES: le belle tradizioni, quelle italiane, non si rompono. Nel frattempo, il nuovo governo ha approvato, l’11 dicembre, un documento passato in entrambe le camere. Con questa decisione lo Stato italiano si impegna ad aderire al MES dopo che saranno discusse determinate condizioni.