L’inutilità della guerra, l’accoglienza nei confronti dei migranti e sulla scena non l’eroe, ma l’uomo comune. Perché continuiamo a pensare che la letteratura antica sia lontana da noi?

In pochi lo leggono, in pochissimi lo apprezzano, in ancora meno riescono ad attualizzarlo. La grande tradizione teatrale greca si rivolge ormai ad una cerchia di pochi scelti.

È la stessa triste storia di quasi tutta la letteratura antica: cosa resta, a parte qualche inconsapevole  carpe diem o pànta rèi fra gli stati di WhatsApp degli adolescenti che, per qualche motivo, sentono il bisogno di citarli? Cosa resta, se non qualche Odi et amo strumentalizzato, di cui forse Orazio non andrebbe poi così fiero? Il discorso è infinitamente ampio, e non è questo il momento di affrontarlo. Ciò che forse dovremmo fare è cercare di recuperare consapevolmente e step by step questa immensa parte di cultura, perché possiamo farla nostra.

Non esiste punto di partenza migliore che il teatro greco. La grande stagione del teatro classico verte intorno ai tre tragediografi Eschilo, Sofocle ed Euripide. Certamente anche la commedia ha rivestito un ruolo di primaria importanza ad Atene, basta pensare ad Aristofane o a Menandro. Ad ogni modo, prima di arrivare alla commedia, è bene parlare della tragedia.

Perché proprio il teatro?

I Greci assegnavano al teatro una doppia funzione didattica e catartica. Il teatro è didattico perché certamente insegna qualcosa. D’altra parte, è anche catartico perché gli spettatori, vedendo portate sulla scena le loro paure più profonde, ne sono liberati: il teatro purifica.
Giusto per rendere l’idea: il teatro ad Atene era talmente fondamentale nel percorso di formazione dei cittadini, che addirittura era lo stesso governo ateniese a pagare i cittadini affinché andassero ad assistere alle rappresentazioni. Il V secolo a.C. , che coincide con il periodo di massimo splendore della democrazia, coincide anche con la stagione più affascinante del teatro tragico.

Fra i tre, il tragediografo più affascinante e certamente più avanti rispetto ai tempi, è Euripide. Si tratta di quello stesso Euripide tanto attaccato da Nietzsche nella Nascita della tragedia, colpevole di aver causato la decadenza della tragedia attica.

Perché Euripide è così diverso dai suoi colleghi di poco precedenti?

Per capire Euripide occorre una sensibilità nuova, che ad Atene probabilmente mancava e che spesso manca ancora a tanti di noi. Euripide è il primo ad operare una “reductio ad hominem”. Con Euripide al centro delle tragedie non ci sono più le grandi idee o i grandi uomini esemplari, che erano stati protagonisti tanto dei poemi omerici (Iliade e Odissea) quanto delle tragedie eschilee e sofoclee.  Euripide porta sulla scena l’uomo, in tutto e per tutto, nella sua debolezza e fragilità. E il punto è che lo spettatore non è pronto a vedere l’uomo (e quindi, a vedere sé stesso) sulla scena: preferisce vedere un eroe, un esempio da seguire. Esempio che Euripide non porta. Euripide pone sulla scena uno specchio, in cui lo spettatore è costretto a riflettersi, a studiarsi, ad ammettersi i difetti.

Partire dai testi è sempre il miglior modo per capire gli autori, altrimenti tutto si riduce a chiacchiere vuote. La tragedia che più ci permette di notare la diversità di Euripide è probabilmente l’Elena. Questo per svariate motivazioni. Innanzitutto, perché la figura di Elena è cruciale nel panorama greco, e non solo. Elena è il movente che fa scatenare la guerra di Troia, e infatti è punto cruciale dei poemi omerici. Mutatis mutandis è anche colei che viene difesa dal sofista Gorgia nel suo Encomio di Elena. Elena è anche la protagonista di un celebre frammento della poetessa Saffo, di un discorso dell’oratore Isocrate, dell’ironia corrosiva presente nella Storia Vera di Luciano, o, in ambito latino, di alcuni versi di Properzio. Era presente in Eschilo, sarà presente in Aristofane, in Teocrito.

Come si può notare, Elena è un topos costante, dunque Euripide si inserisce in un dibattito caldissimo. Ma Euripide è un intellettuale originale, e infatti porta in scena una variante del mito. Secondo il mito, celeberrimo perché percorso dallo stesso Omero (o chi per lui, dal momento che gli studiosi sono ormai concordi nel ritenere che Omero non sia mai esistito, ma questo è un altro discorso, che necessita di una trattazione a parte), Elena sarebbe la moglie di Menelao, rapita da Paride e portata a Troia. A causa di questa donna, bellissima, si sarebbe dunque scatenata la guerra di Troia.
Una grande “fetta” di tradizione fa quindi leva sulla colpevolezza di Elena, donna sì bellissima, ma infedele e causa di una sanguinosissima guerra, quella narrata nell’Iliade.

Euripide non sceglie di portare in scena questa versione del mito. Preferisce seguirne un’altra, quella narrata da Stesicoro e meno nota, secondo cui la vera Elena non sarebbe mai giunta a Troia. Sarebbe stata la dea Era a creare un fantasma, uguale ad Elena in tutto e per tutto, e a mandarlo a Troia. Nel frattempo la vera Elena sarebbe stata nascosta da Ermes in Egitto.

Che cosa intende dimostrare con questo Euripide?

Euripide sta chiaramente palesando allo spettatore l’inutilità della guerra. È una guerra combattuta per un motivo che non esiste, per un’immagine (in greco un eidolòn). Una guerra inutile, come inutile è ogni guerra. Ciò che più tocca i cuori degli spettatori, è che non si sta parlando di una guerra qualsiasi: si sta dicendo che LA guerra più significativa del mondo antico, quella di Troia, è stata combattuta per un nulla, per un fantasma. Al verso 705 della tragedia, il messaggero si rivolge a Menelao dicendogli:

“Che dici, abbiamo sofferto invano per una nuvola?”

Non è un caso se proprio l’Elena di Euripide sia stata una delle tragedie portate in scena durante la scorsa stagione del teatro greco di Siracusa, con un adattamento che indirizzava la riflessione anche verso il tema dei migranti. Mariarita Sgarlata, consigliere delegato della fondazione Inda (Istituto Nazionale del Dramma Antico), dice:

“Esiste un inevitabile destino della narrazione classica ed è quello di farci incamminare verso i nostri limiti per comprenderli, non temerli e superarli”.

Tema dei migranti che in Euripide c’è davvero. Ecco un rapido scambio di battute fra Menelao che sbarca in Egitto e si imbatte nella vecchia serva del palazzo di Proteo (presso il quale Elena dimorava, all’insaputa di Menelao).

MENELAO: Sono naufrago, straniero, la mia persona è sacra.

VECCHIA: Va’ a bussare a un’altra casa (terra), via da qui.

MENELAO: No, io entro, e tu devi ascoltarmi.

VECCHIA: Appena entri, ti butteranno subito fuori.

(Versi 449-452)

Il regista della rappresentazione di Siracusa Davide Livermore afferma:

«Non ho strizzato l’occhio a nessuno, Euripide scriveva così 2400 anni fa»


FONTI
Il Fatto Quotidiano
Avvenire

Elena, Euripide, traduzione a cura di Caterina Barone, classici Giunti. 1995

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