Il baciamano di un carabiniere a Ilaria Cucchi è l’immagine con cui si chiude un caso apertosi più di dieci anni fa. Hanno finalmente un volto i responsabili della morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009. La morte del geometra romano è stata silenziosa, subdola e sopraggiunta senza dar tempo ai famigliari di fare chiarezza su quanto accaduto. Silenziosa, perché Stefano Cucchi non ha avuto il coraggio di denunciare le violenze subite da due carabinieri la sera del 15 ottobre, risultate fatali. Si è sfogato solo con Luigi Lainà, un detenuto incontrato nel centro clinico di Regina Coeli e la cui deposizione è stata fondamentale ai fini della sentenza. Subdola, perché è avvenuta a causa delle percosse subite dal trentunenne romano da parte di due poliziotti, senza motivo.

Infatti la sera del 15 ottobre 2009 avvenne l’arresto del ragazzo, trovato in possesso di hashish e cocaina. In caserma venne picchiato da due carabinieri in borghese, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo. Secondo la confessione di Cucchi a Lainà, un terzo carabiniere, in divisa, assistette alla scena, dicendo loro di smettere.

L’ultimo ad aver visto il figlio vivo è stato Giovanni Cucchi, il padre di Stefano. L’uomo partecipò all’udienza per la conferma del fermo in carcere ed ebbe anche l’occasione di scambiare due parole con il figlio. Quest’ultimo però mantenne il silenzio su quanto avvenuto in caserma. Da quel momento, i famigliari non ebbero più notizie di Stefano fino al 22 ottobre, alla notifica della sua morte. La vista della salma sconvolse i genitori e la sorella, il corpo di Stefano tumefatto in più punti. La famiglia ha diffuso le immagini del cadavere come testimonianza delle violenze subite. Infatti tra i traumi fisici più evidenti ci sono il volto tumefatto, le ecchimosi alle gambe, varie lesioni e un’evidente perdita di peso.

Venne aperta un’inchiesta e nel 2012 fu stabilito che Stefano morì per mancate cure mediche. Per quanto riguarda le lesioni, sarebbero state causate da una caduta. Inizialmente, infatti, il ragazzo parlò di una caduta accidentale dalle scale come giustificazione delle tumefazioni e della propria difficoltà nel camminare. Nel 2013 vennero condannati i medici coinvolti nel caso, assolti poi in Appello. Nel corso del processo in cui furono accusati medici e poliziotti della penitenziaria, non ci fu traccia dei reali colpevoli: i Carabinieri.

Il caso venne riaperto nel 2015 su richiesta dei familiari. La strada che avrebbe portato ai colpevoli iniziò a delinearsi grazie alla testimonianza di Riccardo Casamassima. L’uomo lavorava nella caserma in cui avvenne il fatto e raccontò di aver sentito delle voci sulle botte inflitte a Cucchi da alcuni colleghi. Nel 2017 le nuove indagini si chiusero con il rinvio a giudizio dei tre Carabinieri Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale.

Nel 2018 ci fu un’altra importante svolta, con la testimonianza di Francesco Tedesco. Ciò che venne descritto da Tedesco fu lo sfogo di due bruti su un ragazzo indifeso e ammanettato. La causa? Il rifiuto di Cucchi di farsi prendere le impronte. Le sue risposte pronte e sagaci avrebbero infastidito Di Bernardo, che iniziò così a colpirlo violentemente, seguito poi dal collega. È poi emerso che l’allora comandante Roberto Mandolini manomise le relazioni di servizio inerenti a quanto successo, per proteggere i suoi sottoposti.

Il 14 novembre scorso, i giudici della Corte d’Assise di Roma hanno condannato a dodici anni di carcere i carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo per omicidio preterintenzionale. Francesco Tedesco è stato invece assolto e condannato a due anni e mezzo per i falsi commessi dal 2009. A Mandolini, invece, tre anni e otto mesi di pena. Rispetto alle richieste dell’accusa, le pene sono inferiori, ma le difese continuano a ribadire l’innocenza dei carabinieri, e hanno annunciato ricorso in appello.

Queste le parole dell’avvocato di Mandolini: “Se secondo la corte d’assise d’appello non è escluso che Cucchi sia morto per colpa dei medici, come si può concepire una morte per omicidio preterintenzionale?”

Quel che è certo è che ai familiari della vittima poco importa degli anni di pena che dovranno scontare i carnefici. Come hanno ribadito essi stessi, quello che conta è aver finalmente dato un volto agli assassini.

Ciò che rende sconcertante questo caso sono sicuramente le modalità in cui è avvenuta la morte del ragazzo. Lasciando da parte la circostanza dell’arresto, è inammissibile che qualcuno, chiunque, venga picchiato a morte. Sarebbe importante ricordare che, proprio come l’abito non fa il monaco, così la divisa non rende onnipotente chi la indossa.