Dopo la protesta lanciata dalla ormai conosciutissima Greta Thunberg, le manifestazioni per il clima sono aumentate in maniera considerevole. E con le dimostrazioni dei cittadini è aumentata anche la consapevolezza nei confronti di una tematica così importante come quella ambientale. Insomma, Greta è una vera e propria leader per quanto riguarda la difesa dell’ambiente e viene presa come modello di riferimento da molti, soprattutto giovanissimi. Recentemente la giovane svedese ha anche pubblicato un libro, edito da Mondadori, dal titolo La nostra casa in fiamme.

«Ci troviamo di fronte a una catastrofe. Voglio che proviate la paura che provo io ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in una situazione di crisi. Come se la vostra casa fosse in fiamme. Perché è quello che sta succedendo.»

Questa la motivazione alla base della recente uscita editoriale della Thunberg. Sicuramente non è l’unica nel suo genere. Soprattutto negli ultimi anni sono molte le opere dedicate alla tematica dell’ambiente, che è sempre più una costante nel quotidiano dibattito dell’opinione pubblica. Ciò che però salta immediatamente all’occhio nell’approcciarsi alla letteratura dedicata alle problematiche ambientali è l’assoluto predominio della saggistica rispetto alla narrativa.

Qualche tempo fa Robinson – inserto del quotidiano La Repubblica – aveva in apertura posto questa delicata questione, analizzando le cause profonde che motivano quest’assenza. La giornalista Stefania Parmeggiani delinea con un certo stupore – e in parte forse anche disappunto – l’attuale situazione in cui verte la narrativa riguardo tali tematiche. Ciò che mette in particolare in rilievo Parmeggiani è che i romanzi che si occupano di ambiente sono fondamentalmente di due tipi: fantascientifici o distopici. Manca una vera e propria letteratura che ponga la questione in termini contemporanei e che si focalizzi sul presente; manca – come si direbbe in gergo commerciale – un leader nel settore.

Esistono però alcuni romanzi che rientrano nel genere soprannominato cli-fi. Questa definizione, messa a punto nel 2007 dallo scrittore e giornalista americano Dan Bloom, identifica quel sottogenere della fantascienza che si propone di presentare attraverso visioni o previsioni di un possibile futuro gli effetti del cambiamento climatico sul nostro pianeta. Attraverso questa categoria letteraria Bloom intende mettere in evidenza la necessità stringente di un adattamento della narrativa all’incombente cambiamento che sta coinvolgendo l’intera umanità. Il diffondersi anche a livello romanzesco di simili tematiche faciliterebbe in primis la consapevolezza nei confronti delle conseguenze del riscaldamento globale e, in secondo piano, aumenterebbe la conoscenza di alcuni argomenti che potrebbero essere facilmente fruibili ai lettori grazie all’impostazione narrativa.

Non mancano gli scrittori che si impegnano su questo fronte, tra tutti Ian McEwan con opere come Solar o Margaret Atwood, ma secondo alcuni non abbastanza. Il fatto che la questione ambientale venga in parte ignorata dalla letteratura è preoccupante. La mancanza di una leadership ambientale in ambito narrativo solleva sempre più perplessità. Il modo più frequente con cui la questione ambientale continua a essere trattata, come si diceva, è quello della fantascienza. Il problema alla base di questa tipologia narrativa è che spesso propone degli scenari inverosimili e infinitamente lontani nel tempo dalla nostra quotidianità. Questo porta il lettore non a preoccuparsi della situazione attuale ma a catalogare la narrazione come qualcosa di impossibile e remoto.

Lo scrittore indiano Amitav Gosh è tra coloro che denunciano questa lacuna nella letteratura contemporanea. Tra i motivi, afferma lo scrittore, la profonda individualità che caratterizza la narrativa di oggi, che si contrappone a una tematica fortemente collettiva come lo è il clima. I romanzi della nostra epoca sono fortemente concentrati sull’interiorità e sul sentire umano in relazione a se stesso. Poco invece viene dedicato alle circostanze esterne, al mondo che cambia ed evolve. Ci sono certo dei romanzieri, come per esempio Jonathan Safran Foer o Jonathan Franzen, che si dedicano alla problematica questione del cambiamento climatico, ma lo fanno liberandosi della loro veste di narratori e prendendo quella di saggisti.

Proprio di recente è uscito per Guanda Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Arrivato al grande pubblico lo scorso agosto, questo saggio di Jonathan Safran Foer cerca in qualche modo di smuovere le coscienze dei lettori, evitando una sterile elencazione di fatti. Sottotitolo dell’opera Perché il clima siamo noi. Ciò su cui punta Foer infatti – pur rimanendo sul piano saggistico – è sconvolgere sul piano emotivo il suo lettore, portandolo a interrogarsi su ciò che lo circonda e da cui la sua vita non può non prescindere.

Sicuramente un saggio che chiunque dovrebbe leggere ma, appunto, un saggio. La grande questione dell’assenza di narrativa in ambito ambientale rimane aperta, certo con delle eccezioni più o meno significative, ma comunque irrisolta.


FONTI:

Robinson, numero 147, 28 settembre 2019:

Abbiamo sbagliato a raccontarvelo, S. Parmiggiani

Amitav Gosh, gli scrittori sono ciechi, R. Staglianó

https://www.google.com/amp/www.cultora.it/cli-fi-genere-letterario-ecologista-racconta-cambiamenti-climatici/amp/