Paulo Freire nasce a Recife nel 1921 in una famiglia appartenente alla classe media, il che non gli evitò di conoscere quelli che furono gli effetti della Grande Depressione del 1929. Anni di grande crisi che allo stesso tempo ebbero un’importante influenza nel suo pensiero filosofico, tanto più nelle teorizzazioni sulla povertà. A questo e alla sua formazione si deve la cosiddetta “pedagogia degli oppressi”. Teoria che vede l’influenza di un’altra importante opera, quella di Fanon, I dannati della Terra: manifesto della lotta anticoloniale, il quale auspica all’avvento di un nuovo modello mondiale libero dall’influenza dei cosiddetti imperialisti.

Ma di cosa si parla quando diciamo “pedagogia degli oppressi”?

Si basa sulla concreta necessità di alfabetizzare e coscientizzare le masse oppresse. Pur essendo l’educazione intesa come affermazione della libertà, fin dagli antichi greci, il principio umanistico ora si colora di una nuova necessità: di circostanze concrete che gli diano un senso. L’educazione diventa un percorso verso la libertà nel momento in cui il singolo diventa consapevole della sua realtà di oppresso.

“Assistiamo ogni giorno, dove più, dove meno, in tutte le parti del vasto mondo, allo spettacolo doloroso dell’uomo semplice schiacciato, umiliato e adattato, trasformato in spettatore teleguidato dalla forza dei miti….che, rivoltandosi contro di lui, lo distruggono e lo annientano”.

È una pedagogia che rifugge da una concezione “bancaria” dell’educazione. Da tempo ormai, i singoli alunni sono semplici depositi dove incanalare informazioni. Con le teorizzazioni di Freire, dalla manipolazione delle masse analfabete, si passa a un’educazione fondata sulla problematizzazione della realtà e dei concetti con cui si viene incontro, e quindi liberatrice: un processo che può portare solo che alla coscientizzazione dell’uomo.

In Pedagogia dell’autonomia, Freire colora la sua teoria di un’importante punto:

“non c’è insegnamento senza apprendimento”,

in un’ottica di parità fra coordinatore/alfabetizzandi. Dove il docente è in stretta relazione con lo studente, da cui assorbe le influenze, che ne permettono la crescita. Si esce dalla dicotomia tra oppresso e oppressore, dove l’oppressore/educatore è colui che mantiene lo status quo, un sistema errato e basato sulla sottomissione del debole. L’educatore deve saper amare e realizzare un rapporto di rispetto reciproco: terreno fertile per la crescita. A cui si aggiunge un’ulteriore elemento: l’umiltà.

 “Lo studente indovina la mediocrità dell’insegnante, ha una sensibilità particolare nel riconoscere un sapere falso, senso che deriva dalla sua condizione di discente. La domanda dell’educando ci riporta all’esistenza umana: un educatore umile non ha paura delle domande e quando non ha le risposte, lo ammette e le trova insieme agli studenti”.

È una pedagogia che coscientizza mentre alfabetizza e porta a rompere il silenzio, è un percorso multiculturale e globalizzato, in cui l’educazione non può non insistere su un’ulteriore concetto, quello della tolleranza.

“Della tolleranza, dell’educazione, della democrazia. Ma non della tolleranza come pura accondiscendenza o indulgenza che A ha o sperimenta in relazione a B. In questo senso, la tolleranza implica un livello di favore che il tollerante fa al tollerato. Il tollerante, in ultima analisi, è una persona disposta, per bontà o benevolenza, a perdonare l’inferiorità dell’altro. In questa comprensione alienata e alienante della tolleranza, come favore del tollerante al tollerato, rimane nascosta nel tollerante la fiducia, quando non la certezza, della sua superiorità di classe, di razza, di genere, di sapere di fronte al tollerato”.

È un metodo che guarda da una prospettiva interculturale, che risulterebbe efficace per un’integrazione sociale e lavorativa di tutti gli immigrati. Immigrati che sono i nuovi oppressi della società globalizzata. Attraverso i principi basilari della stessa prassi educativa, come il porsi alla pari: considerato il primo step per immergersi, attraverso il quale poi giungere ad un dialogo continuo, un dialogo che non necessita di un linguaggio completamente corretto.

Emerge così il concetto di identità culturale e dell’attenzione che, tra le altre cose, l’insegnante e l’educatore devono prestare alla propria e a quella di ogni singolo educando, immigrato o no, in quanto persone. L’identità assorbe ciò che avviene nell’ambiente circostante, da cui poi seguono le scelte: si decide chi essere. Ma non è un’identità chiusa, bensì aperta alle influenze delle altre culture, un’apertura che diviene reale e consapevole nel momento in cui avviene il processo educativo. L’uomo giunge solo così al momento di potersi chiedere “chi è”, aprendosi all’altro: è una pedagogia che solo in questi termini porta ad eliminare i pregiudizi.

L’analisi del pedagogo brasiliano è una lucida critica della realtà, che invita all’uscita dai vincoli di pensiero, per poi abbracciare una realtà libera e aperta. È una consapevolezza che porta al cambiamento, che pur se difficile, è possibile.


Fonti:

La pedagogia degli oppressi”, P. Freire, 1970.

L’educazione come pratica della libertà”, P. Freire, 1973.

“Pedagogia dell’autonomia. Saperi necessari per la pratica educativa”, P. Freire, 2004.

Educazione alla libertà