TALES FROM KOREA

Se c’è un genere in cui il cinema sudcoreano ha pochi eguali è senza dubbio quello dei revenge movies: storie di vendetta crude e viscerali, capaci di trasportare lo spettatore in un vortice di violenza crescente portata fino alle sue estreme conseguenze. Esempio perfetto di questo è I Saw the Devil, diretto dall’eclettico Kim Ji-woon: opera brutale e furente, che affronta profondi dilemmi morali immergendosi a fondo nei più reconditi anfratti dell’animo umano.  

Il film si apre con un terribile assassinio nella neve: Jang Kyung-chul (Choi Min-sik) autista di giorno, killer psicopatico di notte, uccide e fa a pezzi la sfortunata Jang Joo-yun, rimasta bloccata con la sua auto nella bufera. Non è il primo crimine perpetrato dallo spietato omicida, ma questa volta qualcosa è diverso: Kim Soo-hyun (Lee Byung-hun), fidanzato della ragazza uccisa, è un agente dei servizi segreti sudcoreani, addestrato nel combattimento corpo a corpo e nell’uso delle armi. Soo-hyun, distrutto dal dolore, si mette sulle tracce del killer con un solo proposito in mente: vendicarsi. Per farlo, non esita a ricorrere a qualsiasi espediente, persino il più brutale. Quando finalmente trova Kyung-chul, prende avvio un gioco perverso destinato ad avere vinti, ma non vincitori.  

Dopo aver catturato e ferito il killer, Soo-hyun lo rimette in libertà per continuare la caccia. È un mostruoso gioco al massacro che prolunga il più possibile la tortura fisica e psicologica ai danni di Kyung-chul, ma nello stesso tempo reclama un prezzo altissimo al protagonista. Scontro dopo scontro, di volta in volta ne emergono entrambi danneggiati, il primo nel corpo, il secondo nell’animo. In un tripudio di allucinata violenza, tra squartamenti, tendini recisi e mascelle disarticolate, assistiamo alla rovinosa caduta nella follia di un personaggio che doveva essere retto e integerrimo, lì dove lo attende colui che già da tempo errava tra le ombre di un’insana bestialità.

In I Saw the Devil i tipici ruoli di vittima e carnefice risultano invertiti. A ogni assalto l’agente speciale si mostra sempre più freddo, impassibile, un’autentica macchina di morte alimentata soltanto dal fuoco furente della vendetta; il killer da parte sua è dapprima confuso, poi spaventato, a tratti persino divertito dall’inedita situazione. Trasformato da cacciatore a preda, non smarrisce tuttavia quella sua crudele intelligenza che gli permette di sferrare un ultimo, micidiale attacco. I due protagonisti si sfidano in un duello personale animato da una furia selvaggia: sono forze della natura inarrestabili, non opposte ma convergenti nella loro opera di reciproco annientamento. La carica drammatica del confronto risulta amplificata dalle ottime interpretazioni degli attori: gelido e prosciugato di ogni emozione Lee Byung-hun, almeno fino allo sfogo finale; veemente e tumultuoso Choi Min-sik, che giganteggia in ogni scena col suo ghigno sadico e lo sguardo penetrante.  

I Saw the Devil è un’allucinata tragedia nietzschiana che racconta il potere corrosivo della vendetta. Essa si espande inesorabile come un morbo, contamina e consuma ogni cosa che tocca, lasciando dietro di sé solo macerie di emozioni ormai guastate. Il protagonista Soo-hyun, nel corso della sua personale resa dei conti, scruta troppo a lungo nell’abisso, fino a trasformarsi lui pure nel mostro a cui dà la caccia. Il suo è un viaggio di autodistruzione destinato ad annientare, oltre al rivale, anche sé stesso: il film ne segue la lenta discesa agli inferi, scava e si immerge nel sangue, nella corruzione, si azzarda a scandagliare le profondità della coscienza umana, ma non vi trova altro che oscurità.  

Eppure, diventare un mostro non è abbastanza per sconfiggerne un altro: prima bisogna umanizzarlo, per poterlo ferire davvero. È qui che il film compie un passo ulteriore e si distingue dagli altri revenge movies mettendo in scena, inaspettatamente, gli affetti del killer Kyung-chul: la madre, il padre, il giovane figlio, a mostrare come persino il più pazzo degli psicopatici, alla fine, è soltanto un uomo come gli altri. Il male, anche il più assurdo e incomprensibile, non è una presenza aliena, un oggetto estraneo, ma un elemento insito nello stesso animo umano. Si nasconde tra noi, dentro di noi, al punto che un individuo all’apparenza normale come Soo-hyun può arrivare a macchiarsi di crimini tanto atroci quanto quelli commessi dal peggior serial killer.  

Nel ristabilire la dimensione umana del suo avversario, passo necessario a sconfiggerlo, Soo-hyun compromette per sempre la propria. Il Diavolo del titolo è allora quello trovato guardando troppo a fondo dentro sé stesso – e non all’esterno. Nella delirante risata mista a lacrime del finale, egli piange la propria perduta umanità.

There’s nothing you can get from me. You already lost.