Il 29 giugno a Milano si è tenuta la “manifestazione dell’orgoglio delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, asessuali, intersessuali e queer: una straordinaria festa di libertà”; così il sito ufficiale dell’evento descrive il Milano Pride 2019, organizzato dalla Commissione Pride del CIG Arcigay Milano, con il contributo delle associazioni del Coordinamento Arcobaleno e di Onda Pride, movimento che include tutti i Pride della nostra penisola. Dopo Roma, Verona, Bologna e molte altre, il Pride sbarca dunque nella città meneghina; si tratta della “Miglior risposta al Congresso delle Famiglie di Verona”, come gli organizzatori stessi l’hanno definito.

La parata multicolore è stata aperta, per la prima volta, da un carro dedicato ai migranti morti nel Mediterraneo. Essa ha avuto inizio alle ore 16 in Piazza Duca d’Aosta (Stazione Centrale), ed ha poi proseguito per raggiungere il tratto finale di Corso Buenos Aires, dove su un palco si è svolto l’evento finale. Ospiti indiscusse della giornata? Baby K e Levante. Quest’anno però le sorprese non sono finite qui, perché anche grandi multinazionali hanno partecipato alla parata, come precedentemente annunciato: da Coca Cola a Nestlé. 300 mila persone (50 mila in più rispetto all’anno scorso) hanno sfilato per le vie del capoluogo lombardo, accompagnate da musica e danze.

Ma questa festa della libertà che contiene tutti i colori dell’arcobaleno non si esaurisce in una parata: la Pride Week, svoltasi dal 21 al 30 giugno 2019, ha proposto una vasta gamma di eventi legati al mondo LGBT+. Ad aprire il calendario è stato sicuramente Beppe Sala, sindaco della città, che il 20 giugno si è mostrato orgoglioso dei suoi calzini arcobaleno, in una foto postata sui social per una Milano dei diritti.

La manifestazione del 29 giugno si è svolta all’insegna non solo della gioia e dell’accettazione, in un’enorme festa che celebra la libertà, ma anche del ricordo. Il 2019 è infatti un anno fondamentale: si tratta del cinquantesimo anniversario dei Moti di Stonewall, gli scontri tra omosessuali e polizia che a New York, tra il 27 e il 29 giugno 1969, hanno assunto il carattere di una vera e propria rivolta, aprendo poi la strada alla tradizione dei Pride. Non è un caso che tale data venga oggi considerata a livello mondiale il giorno simbolico di nascita del movimento di liberazione gay.

Nella notte tra il 27 ed il 28 giugno 1969, la polizia di New York organizzò una retata nello Stonewall Inn, un bar gay di Christopher Street, con diversi pretesti: vendita di liquori senza licenza, legami con il crimine organizzato, nonché la presenza di “go-go boys” seminudi con lo scopo di intrattenimento. Sylvia Rivera, donna transessuale, iniziò la rivolta gettando una bottiglia contro un poliziotto e ben presto la donna divenne il simbolo della sommossa.  I moti che seguirono videro opporsi la violenza selvaggia della polizia ai manifestanti, che gettavano pietre e bottiglie gridando lo slogan “gay power”.

Quando la rivolta si placò, la comunità creata dalle associazioni omofile disponeva di consenso sufficiente per creare il Movimento di liberazione gay. A New York nacque il Gay Liberation Front (GLF) e ben presto organizzazioni simili sorsero anche nel resto del mondo: Canada, Francia, Germania, Regno Unito e, nel 1971, anche in Italia. A partire dal 1970, quando il GLF organizzò una marcia a Greenwich Village, Central Park, innumerevoli manifestazioni Pride presero piede anche nel resto del globo.

Così si giunge fino ad oggi: cinquanta anni sono passati da Stonewall, e domenica 30 giugno anche la città di New York si prepara ad ospitare la marcia conclusiva di un mese di World Pride, segnata da un fitto calendario di eventi LGBT+.

C’è chi si chiede cosa spinga ancora milioni di persone in tutto il mondo a manifestare sotto il simbolo della bandiera della pace, soprattutto nelle nazioni del nord del mondo. In quei Paesi “sviluppati” dove si è liberi di amare a prescindere dall’orientamento sessuale, perché parlare ancora di diritti? Che senso ha il Pride? Per rispondere a queste domande è sufficiente osservare gli eventi di cronaca italiana: durante il gay Pride di Bologna (22 giugno), non solo Forza Nuova si è opposta con degli striscioni, ma un loro esponente ha addirittura insultato le donne che partecipavano alla marcia pacifica, fino a dover essere allontanato dagli altri manifestanti. Non sono poi rari i casi di coppie omosessuali insultate o aggredite, in svariate città. Ne sono un triste esempio Andrea ed Angelo, di Verona, che dopo essere stati insultati in Piazza Bra, nel settembre 2018 hanno ritrovato la loro casa coperta di svastiche e minacce.

Per questo i diritti non vanno mai dati per scontati, per questo più di 300 mila persone hanno marciato ieri, nel cuore di Milano, sotto l’hashtag #loveislove. Cinquant’anni sono passati da Stonewall, ma non bisogna smettere di far sentire la propria voce, a favore di uguaglianza e parità.