Vi sono vicende che restano impresse nella nostra memoria per tutta la vita perché lette innumerevoli volte sui libri di storia. Riguardano per la maggior parte il mondo occidentale, il mondo con cui abbiamo confidenza e che viviamo ogni giorno. In una prospettiva egocentrica conosciamo veramente poco di quello che accade lontano da noi e spesso ce ne interessiamo ancora meno. L’Africa è un continente dalle contraddizioni estreme, capace da una parte di produrre eccelsi esempi di civiltà e, dall’altra, di esprimere la parte più oscura dell’animo umano. Esempio di quest’ultimo caso è il genocidio in Rwanda su cui si innesta un incredibile storia di eroismo e solidarietà.

Per quanto sia difficile spiegare in maniera completa le vicende è opportuno contestualizzare. L’Africa è stata oggetto dei desideri dei conquistatori fin dall’inizio dei grandi viaggi di esplorazione. Essi la hanno sottoposta a un processo di colonizzazione le cui conseguenze sono ancora evidenti. Rwanda e Burundi cadono sotto la sfera di influenza belga alla fine della Prima Guerra Mondiale e sotto questo dominio si intensifica la divisione sociale tra hutu e tutsi. I belgi scelgono i tutsi come interlocutori per aiutarli a governare ricorrendo alle più svariate teorie positivistiche per differenziare i due popoli, somaticamente identici, secondo criteri assolutamente arbitrari.

Hotel Rwanda”, film del 2004, offre uno scorcio su uno dei genocidi più terribili ma meno conosciuti. All’inizio degli anni ’90 gli hutu, sobillati dai loro leader, danno sfogo alla loro violenza arrivando a massacrare più di ottocentomila individui tutsi; il numero esatto di vittime è incalcolabile. Paul Rusesabagina è direttore di uno dei più importanti hotel di Kigali e vive un’esistenza soddisfacente e di successo con la moglie Tatiana. Il fatto che lui sia di etnia hutu e lei di etnia tutsi non ha alcuna ripercussione all’interno della loro quotidianità. Gli eventi politici però precipitano rapidamente: il Presidente Rwandese viene ucciso prima della firma del trattato di pace che forse avrebbe decretato la fine della guerra civile che da anni tormenta il paese. Il progetto hutu è di porre fine alla presenza tutsi che loro sentono ingombrante per le loro rivendicazioni.

Lo scopo del film non è delineare la figura di un eroe senza macchia e senza paura che ha da subito chiaro il suo scopo nella storia. Anzi la figura di Paul è quella di un uomo normale che inizialmente ha alcune priorità, quelle che ognuno di noi avrebbe avuto in tale situazione, ovvero salvare se stessi e la sua famiglia. Tale priorità si modifica mano a mano, con la consapevolezza dell’insensatezza di quello che stava accadendo. Solo allora comprende il suo ruolo, quanto le sue risorse potessero influenzare tale situazione. Possiede una quantità di denaro notevole e una serie di conoscenze che mette al servizio di quante più persone possibile. Il suo Hotel diventa allora oasi di rifugio mentre intorno imperversa la guerra.

In questo contesto l’Occidente si dimostra sordo e immobile. Nel momento del massimo bisogno si decide di ridurre il numero di uomini dispiegati in Rwanda. Le richieste di Paul non ricevono risposta dai vertici militari, solo il Colonnello dell’Onu Peter Oliver fa quanto possibile con il suo ridotto numero di forze. I paesi europei si impegnano ad estrarre sani e salvi i propri concittadini, non vi è interesse per le sorti del popolo tutsi. Paul è abbandonato, ma grazie ai suoi soldi e alla sua scaltrezza riuscirà a destreggiarsi tra individui viscidi e disumani. Con un finale da thriller si assiste all’Happy ending con l’intervento del convoglio Onu che porta in salvo tutti i rifugiati dell’Hotel.

Il film diventa il mezzo per riflettere su una triste vicenda che trasmette allo spettatore un senso di incredulità e di impotenza causato da una tragedia priva di fondamenta. La denuncia nei confronti dell’immobilismo e del menefreghismo occidentale è forte, non si tenta in alcun modo di alleggerire le nostre colpe. Paul è un eroe estremamente umano e proprio per questo la sua impresa è più grande; pur avendo la possibilità di fuggire con la famiglia decide di restare e non abbandonare i rifugiati nell’hotel. Quella, ormai, è la sua missione.

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