Anna Luisa Pignatelli

È uscito il mese scorso per Fazi Editore e promette già di essere uno dei romanzi più incisivi dell’anno: si tratta di Foschia, l’ultima fatica di Anna Luisa Pignatelli, scrittrice toscana definita da Antonio Tabucchi «voce insolita nella letteratura italiana di oggi».

Marta, attrice toscana trapiantata a Boston, è ormai adulta e malata quando decide di ripercorrere la sua vita, scandagliando i rapporti e le dinamiche familiari che l’hanno portata lontana dal paese natio. È questo lo scheletro di un romanzo conturbante che si articola intorno alla descrizione di una relazione pericolosa: quella di Marta con il padre Lapo. Una relazione tesa e complessa che rischia costantemente di superare i limiti dell’indicibile, del condannabile.

Lapo è un critico d’arte navigato che ha fatto del proprio lavoro il centro esatto del suo esistere e ha educato la figlia all’osservazione corrosiva delle opere d’arte. Nel ricordo, i sentimenti di Marta nei confronti del fascinoso Lapo evolvono da un’iniziale infatuazione a un’ammirazione tanto tormentata da essere insana. La subdola capacità attrattiva del padre costringe Marta a una reverenza quasi religiosa; sarebbe pronta a tutto pur di vedere lo sguardo dell’uomo posarsi su di lei, nessun maschio al mondo ai suoi occhi potrebbe mai essere degno di amore quanto Lapo. L-a-p-o «luce della mia vita, fuoco dei miei lombi» avrebbe forse scritto Nabokov se al posto di Lolita avrebbe avuto tra le mani la storia di Marta.

In un climax ascendente, la tensione erotica tra la giovane ragazza e il genitore raggiunge la sua acme verso la fine della narrazione, quando la dialettica dell’attrazione fisica sembra caricarsi inesorabilmente di sfumature incestuose anche piuttosto violente. È in questo momento delicato – uno squarcio di lama sulla preziosa tela rinascimentale della narrazione – che la protagonista fa esperienza di un’epifania rivelatrice e decide di farsi luce nella foschia delle bugie che hanno infarcito la sua vita, menzogne figlie della cieca ammirazione per un uomo di gran lunga più infido di quel che i suoi occhi pervinca darebbero a vedere.

Diversi sono infatti le dinamiche che si sono svolte all’insaputa di Marta, del fratello Antonio e della madre Teresa. Diversi sono i segreti, i misteri, le verità negate. Ma a un tratto, quando la vita decide di lasciar cadere la sua veste nebbiosa e si rivela nuda per quello che è, lasciando emergere anche gli spigoli delle verità più amare, Marta decide di prendere in mano la propria vita e di emanciparsi dall’uomo. Fugge per andare a cercare altrove i germi di una rivoluzione tanto potente da poter ribaltare le sorti di una vita spesa nel torpore.

L’eco di un’America in movimento tra rivolte pacifiste, liberazioni e rock’n’roll esercita inevitabilmente il suo fascino anche sull’anima acerba di una giovane ragazza decisa finalmente a fare esperienza del mondo. La storia è infatti ambientata – anche se Pignatelli non lo dice esplicitamente – negli anni Sessanta, quando il sogno americano disturba fascinosamente le vite tranquille dei giovani provinciali di tutto il mondo.

La vicenda tormentata di Marta può essere letta come una parabola di riscatto e liberazione: la storia è il simbolo di una società corrotta dal tradimento e dall’ipocrisia di chi rinuncerebbe (come Lapo) perfino a se stesso per rincorrere l’ombra effimera della fama e dell’affermazione economica. Marta è invece l’emblema ultimo di tutti gli oppressi, o meglio di tutte le oppresse, che sono costrette e indottrinate alla ricerca spasmodica del compiacimento maschile.

Nel corso del romanzo è evidente che l’ego indomabile di Lapo lo spinge a voler esercitare controllo – dapprima soltanto psicologico, poi persino fisico – sulle donne che lo circondano. Tutte vittime, seppur in maniera differente, della sua natura ipocrita e menzognera. La moglie Teresa, il personaggio senza dubbio più intrigante dell’intero romanzo, ha lasciato che il suo spirito puro e selvaggio («Teresa era schiva e diffidente. Nella sua anima, che si sentiva in sintonia coi lupi e con i corvi, non era facile addentrarsi») venisse ucciso da un uomo che gode nel tenerla letteralmente in scacco, prigioniera di tradimenti e illusioni. Marta, invece, è stata educata sin dall’infanzia al culto del padre attraverso il potere tirannico delle immagini.

C’è un dipinto che più di altri aleggia come uno spettro mortifico – una sorta di memento mori – sulle vicende narrate: Ghismonda con il cuore di Guiscardo, l’olio su tela di Bernardino Mei che ritrae la protagonista della novella boccaccesca con lo sguardo addolorato e tra le mani il cuore dell’amato ucciso dal padre per gelosia. Questa immagine appare agli occhi di Marta come un monito, una minaccia. Da quel momento e per tutta la sua giovinezza la ragazza cercherà di compiacere il padre, di conquistare la sua attenzione, il suo sguardo, il suo desiderio carnale. Attraverso la forza evocativa del dipinto Lapo ha preso subdolamente il controllo della mente della figlia, le ha rubato l’indipendenza, ha cercato di farla sua per sempre.

Quel che mi colpì di più della storia fu che un padre può deliberatamente condurre alla morte la propria figlia, senza lasciarle vie di scampo. Ma io amavo quel quadro, che mi pareva rafforzare ulteriormente il legame fra me e mio padre

afferma la protagonista dopo aver placato il turbamento iniziale suscitato dalla natura intimidatoria del dipinto, accondiscendendo ingenuamente a una gerarchia di potere tra padre e figlia che la spingerà più avanti a fuggire per ricominciare, finalmente libera, dall’altra parte dell’oceano.

L’olio su tela raffigurante Ghismonda non è però l’unico dipinto a caricarsi di simbologia nel corso della narrazione: molte sono le madonne rinascimentali, le dame cinquecentesche cui Marta vorrebbe assomigliare per conquistare l’attenzione del padre, tutta tesa verso l’arte e le sue protagoniste. È così che la giovane ragazza finisce quasi per imitarle, per entravi in competizione. È una corsa a perdifiato – una gara contro il vento – alla conquista di Lapo.

Pur rinunciando a un atteggiamento sfacciatamente moralizzante, Foschia sembrerebbe aprire ampi spazi di riflessione circa la condizione di subalternanza cui la donna è stata ed è ancora costretta, concentrandosi nel raccontare velatamente le dinamiche tossiche che regolano l’esistenza delle famiglie soffocate dal peso insopportabile dei dettami patriarcali. Ma il romanzo è soprattutto un grido di indipendenza a voce piena, un’affermazione di riscatto o – per dirla con le stesse parole di Marta – «una prova che anche dal fango può nascere una sorgente e che lo spirito si trasmette di generazione in generazione, ogni volta rigenerandosi».

Sicuramente degna di nota è infine la scrittura raffinata di Anna Luisa Pignatelli, una tra le voci autorali più potenti del nostro attuale panorama letterario. Una degna erede dei migliori romanzieri novecenteschi, come Moravia, se volessimo citarne uno soltanto. Questo romanzo ha la pelle dura dei classici e la storia di Marta faticherà a smettere di risuonare nelle teste di ogni lettore.


FONTI
A. L. Pignatelli, Foschia, Fazi Editore, 2019