Campi da tennis e da calcio, piscina, un teatro e laboratori per attività ricreative, il tutto incorniciato da prati ben curati e alberi. Non si tratta di un villaggio vacanze in qualche località esotica, ma del nuovo carcere che sorgerà a Boscofangone, poco lontano da Napoli. La struttura, pensata per ospitare detenuti non pericolosi e in fase rieducativa avanzata, non avrà sbarre alle finestre, e le porte delle celle saranno aperte da mattina a sera, con un breve intervallo dopo il pranzo per consentire il cambio di turno degli agenti di polizia. 

Già nel 2016 l’allora ministro della giustizia Andrea Orlando aveva annunciato la costruzione di nuovi penitenziari in tutto lo stivale, per alleviare la situazione di sovraffollamento cronico che affligge il sistema carcerario nazionale; e negli scorsi giorni Francesco Basentini, capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha confermato che il progetto avrà seguito e i lavori per i nuovi istituti inizieranno a breve.

Sul web i commenti indignati, che peraltro di questi tempi non risparmiano nessuna notizia, non sono mancati: c’è chi sostiene che la spesa sia inutile, chi propone di risolvere il problema dei troppi detenuti con un’amnistia e chi reputa assurdo costruire un “resort per assassini”. L’idea di un carcere in cui i detenuti sono liberi di incontrarsi, stare all’aria aperta e svolgere attività formative o ricreative può effettivamente sembrare sconvolgente, ma al di fuori dell’Italia strutture del genere sono la norma ormai da anni. Soprattutto nei paesi scandinavi, infatti, la pena non è più vista come una sterile punizione dei criminali: è infatti assodato che concedere più libertà alle persone recluse contribuisce a responsabilizzarle e a stimolare in loro il desiderio di cambiamento, e favorisce in ultima istanza il reinserimento nella società.

Una cella nel penitenziario di Halden

Emblematici sono due esempi che arrivano dalla Norvegia: il penitenziario di Halden -di cui vi abbiamo già parlato QUI-, inaugurato nel 2010, citato esplicitamente dal ministro Orlando come esempio virtuoso, e quello di Bastøy, che sorge sull’omonima isoletta poco lontano da Oslo. Nel primo si ritrovano molte delle caratteristiche proposte per la nuova casa di reclusione di Boscofangone: celle singole e senza sbarre pensate per assomigliare a confortevoli stanze di casa, abbondanza di spazi comuni, una pista d’atletica e numerosi laboratori in cui vengono insegnati ai detenuti mestieri pratici. Bastøy è invece una realtà unica al mondo: i 115 detenuti che vivono sull’isola, infatti, non sono ospitati in un unico edificio, ma in numerose villette. In ciascuna di esse convivono fino ad un massimo di sei persone, libere di organizzarsi la giornata come preferiscono, con l’unico vincolo delle mansioni obbligatorie da svolgere per tenere in ordine il penitenziario.

L’efficacia di questi due istituti è suffragata da dati concreti: il tasso di recidiva ad Halden è del 20% circa, quello di Bastøy addirittura del 16%. Per mettere questi numeri in prospettiva, basti pensare che in Europa il dato medio parla di 70 persone su 100 che, dopo la scarcerazione, tornano a delinquere nel breve o medio periodo.

E in Italia? Le statistiche dipingono una situazione decisamente meno idilliaca. Il problema maggiore è senz’altro il già citato sovraffollamento degli istituti di reclusione (la maglia nera va alla Lombardia, con il 35% di detenuti in più rispetto ai posti disponibili); la congestione cronica delle carceri è imputabile principalmente alla lentezza dei processi: dei circa 57mila ristretti italiani, il 30% (17mila e rotti) si trova chiuso in carcere senza aver però ricevuto una condanna definitiva. E neanche la percentuale di recidiva mostra dati rassicuranti: si attesta infatti sul 68%.

Ma nell’attesa di vedere se i nuovi penitenziari in progetto assieme a quello di Boscofangone porterano l’auspicato beneficio, ci si può consolare guardando al solo istituto che spicca in positivo nel panorama nazionale. La mosca bianca è la Seconda Casa di Reclusione di Milano – Bollate, che sorge a nord ovest del capoluogo lombardo proprio accanto alla dismessa area Expo. Quelli che da fuori sembrano i muri di una prigione qualsiasi, otto metri di grigio calcestruzzo, nascondono al loro interno una realtà unica e inaspettata.

A partire dai primi anni 2000, infatti, la direttrice Lucia Castellano ha voluto provare un nuovo approccio con i ristretti. È stato loro concesso il regime di “celle aperte”, che consente di spostarsi all’interno del proprio settore dalle 9 alle 17; le attività formative sono state potenziate, offrendo la possibilità di seguire anche i corsi universitari delle facoltà milanesi – per corrispondenza, s’intende; e diverse aziende hanno iniziato a collaborare con il carcere, assumendo i detenuti come dipendenti a pieno titolo. Socializzare, studiare, lavorare nell’officina o cucinare per l’apprezzatissimo ristorante “In Galera” ha avuto un effetto dirompente sulla riabilitazione dei detenuti: ora, solo il 17% di chi sconta la sua pena a Bollate ricade in guai giudiziari dopo la scarcerazione. Meno che in Norvegia.

La sala del ristorante In Galera

Grazie al percorso intrapreso ormai diciannove anni fa e ai risultati esemplari ottenuti, il carcere di Bollate ha ricevuto più volte il plauso dell’associazione Antigone, che si occupa di diritti dei detenuti, e di Ristretti Orizzonti, il gruppo di volontariato nato nel 2004 a Padova per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della pena e della reclusione. L’auspicio è ovviamente quello che anche altri istituti decidano di sperimentare il “modello Bollate”, e che la politica nazionale si mobiliti per migliorare le condizioni del sistema carcerario nazionale: come mostrano i fatti, tutto il paese potrebbe trarne un grande beneficio.

E nell’attesa che ciò accada, il consiglio per chiunque volesse conoscere più da vicino una realtà diversa e spesso vittima di pregiudizi, è quello di prenotare una cena al ristorante “In Galera”: è pur sempre il ristorante del carcere più stellato d’Italia, come recita l’insegna all’ingresso…