La nuova produzione del Pacta pone al centro uno dei personaggi femminili più passionali e sorprendenti della tradizione letteraria: Emma Bovary, protagonista dell’omonimo romanzo di Flaubert. Madame Bovary, a seguito di una pubblicazione a puntate nel 1856, fu definitivamente pubblicato in volume nel 1857. Grazie al realismo grezzo con cui Flaubert dissacrò l’ideale dell’eroina romantica, Madame Bovary è considerato il primo romanzo realista della tradizione letteraria. Emma è una donna di provincia, una sognatrice. Guarda al matrimonio con fare speranzoso, crede sia la chiave della felicità e della libertà, una fuga dalla scuola religiosa.

Lo spettacolo affronta i temi del romanzo in modo approfondito e complesso. In particolare, la costruzione di una “Madame Bovary” psicologicamente forte contribuisce alla riuscita di uno spettacolo emozionante. Non è chiarissimo il ruolo dei personaggi nell’intera messa in scena. La comparsa fulminea – quasi un’evocazione – di due personaggi diversi, all’inizio e alla fine della rappresentazione, distanziano la vicenda dall’hic et nunc del discorso narrativo. Antonio Rosti interpreta Charles Bovary; tuttavia, a tratti, sembra intervenire la voce di Flaubert. I personaggi entrano in scena evocando l’autore e una delle ultime parole di Madame Bovary (probabilmente morta) è un grido, disperato, rivolto allo stesso Flaubert.

La scenografia è adattata al contemporaneo. Una casa di provincia, cosparsa di oggetti personali e piuttosto confusionaria, attira magneticamente lo sguardo dello spettatore. Il caos evocato è chiaramente un’esternazione del groviglio di pensieri nella mente di Emma. Non è un caso, quindi, che lo spazio si decomponga durante la vicenda e che tutto ritorni all’ordine sul finale, quando Emma è morta. La vicenda matrimoniale del romanzo, seppur mantenuta, è declinata nelle dinamiche di una famiglia qualunque. Sui lati una televisione che trasmette periodicamente notizie mescolandosi alla voce del narratore. Sullo sfondo una poltrona, dai contorni moderni, accoglie Emma nei suoi deliri. Il colore rosato e la tenda rossa che l’avvolge evocano uno spazio quasi onirico. Come un’isola segreta, si contrappone al resto della scenografia e accoglie Emma nella dimensione del sogno, nella fuga dalla realtà mostruosa.

Madame Bovary è uno spettacolo che parla dell’essere umano, della ricerca infinita di appagamento a cui quotidianamente si è spinti. Il dramma di Emma non è personale, ma universale. La spinta ascensionale è antropologicamente insita nell’essere umano. La regista e attrice Annig Raimondi spiega:

“Madame Bovary rende immortale la lotta tra l’ideale e il reale, tra l’infinito e il finito, tra ciò che vorremmo essere e ciò che effettivamente siamo.”

La vana lotta di Emma nel raggiungimento del suo ideale si scontra con la crudeltà della vita. L’eterna insoddisfazione conduce la donna all’ossessiva ricerca di appagamento. Tuttavia questa “sete di vita”, “bramosia di realizzazione”, in un crescendo di pathos, ha esito catastrofico: il suicidio. Il mondo terreno non è all’altezza dei sogni: così Emma si rifugia nell’immaginario. Protagonista dei suoi sentimenti, si rifugia nella letteratura e vive autenticamente solo staccata dalla quotidianità. Francesco Guccini in Signora Bovary parla di “valigie vuote / piene di trucchi per tragedie immaginarie”. Racconta di un ambiente provinciale, degradato, e di una donna che non si accontenta; appesantita dalla vita, vola con la fantasia. Emma è leggera, lontana dalla terra. La sua anima abbandona il corpo fragile per volare lontano. La immaginiamo così: una donna spaesata, in un mondo infernale a cui non appartiene, con una grossa valigia carica di sogni, nella mano.

 

 

 

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