Risulta difficoltoso credere che il dissacrante Lamento di Portnoy sia stato scritto da Philip Roth esattamente cinquant’anni fa; da un lato per la sua aggressività verbale, dall’altro per la maniera, a tratti sconcertante, con cui viene affrontato ampiamente il tema portante dell’opera: il sesso.

La voce narrante è quella di Alexander Portnoy il quale, nello studio del Dr. Spielvogel, ripercorre la propria vita con il suo monologo interiore dalle modalità molto vicine a quelle dello stream of consciousness. Ciò cui assiste il lettore, però, non si può considerare una vera e propria seduta tradizionale, in quanto gli viene riferito esclusivamente il lamento del protagonista, senza alcuna intrusione da parte del dottore, il quale prenderà parola solo alla fine del libro. La narrazione, inoltre, risulta molto autocentrata e per le sue affermazioni crude spesso ci si può interrogare sulla sua veridicità, dubitando così dell’affidabilità di Portnoy, l’unico filtro attraverso cui vengono scandagliati tutti gli eventi e i pensieri riportati su carta.

Portnoy inizia, ovviamente, dall’infanzia stabilendo fin da subito i pilastri opprimenti da cui il protagonista cerca di liberarsi: l’opprimente madre, che intrattiene con il figlio un rapporto asfissiante, il padre debole e assente, soggiogato alla moglie, e, infine, la tradizione ebraica. L’ambiente in cui è nato viene descritto come claustrofobico e alquanto ristretto: il suo piccolo mondo, infatti, come gli mostrano fin da subito i genitori, si divide in chi è ebreo e chi, invece, un goy – ovvero un non ebreo – che, agli occhi della famiglia Portnoy, conduce uno stile di vita immorale e dissoluto, ragion per cui bisogna allontanarsene.

La sua adolescenza, quindi, inizia all’insegna del desiderio di rottura e della tanto anelata liberazione dai vari tabù impostigli dall’alto: il giovane ebreo trova nel sesso la chiave di rottura di questa gabbia. I primi passi verso di esso iniziano all’insegna dell’autoerotismo praticato da Portnoy in bagno, nascosto da tutti: nel descrivere le sue pratiche giovanili, però, Portnoy non rinuncia a termini appartenenti a un vocabolario grottesco-osceno, corredando l’onanismo di non poche psicosi. È interessante come, infatti, a ogni litigio o limitazione da parte dei genitori corrisponda la consecutiva “fuga” del giovane Alex in un luogo dove praticare l’autoerotismo proprio al fine di liberarsi dalle costrizioni genitoriali, come si può perfettamente evincere dall’episodio in cui la madre e il padre lo rimproverano perché lui, dopo la scuola, va a mangiare hamburger e patatine con i compagni di scuola:

«’Mai!’ implora lei.
‘Mai’ dice mio padre.
‘E hamburger’ implora lei.
‘E hamburger’ dice lui.
[…]
‘Lo prometto!’ grido. ‘Lo prometto!’ e scappo dalla cucina… per dove? E dove sennò…
Mi tiro giù i calzoni, furiosamente metto il pistone pulsante verso la pubertà, la mia fava adolescenziale».

All’interno di una rigida educazione, dunque, la masturbazione prima e poi il sesso cominciano a diventare per Portnoy l’unico strumento di affermazione della propria individualità e libertà. Tutto ciò, però, viene vissuto con i sensi di colpa e paure tipiche dell’educazione ebraica impartitagli dai genitori, che vengono definiti dal narratore come «i più eminenti produttori e confezionatori di colpevolezza dei nostri tempi». All’alba della rivoluzione della fine degli anni Sessanta che travolge gli Stati Uniti, si può considerare l’opera di Roth alla luce dello sdoganamento del gesto della masturbazione, inteso proprio come un atto in grado di affermare la propria libertà sessuale: questa è, inoltre, la tesi di Fernanda Pivano in Libero chi legge. Pivano, infatti, parla di un tentativo, da parte di Portnoy, di svincolarsi da un dispotismo di una tipica famiglia ebrea e ciò è realizzabile affermando la libertà sessuale e, in età puberale, ciò avviene proprio tramite questa pratica che, ai tempi, era considerata un tabù sessuale. Portnoy, però, compie un ulteriore passo quasi dissacrante quando ha rapporti persino con il cibo, come mele o pezzi di carne.

 

La tanto agognata libertà sessuale, però, ha anche un secondo scopo, ovvero quello di penetrare la società americana partendo da una comunità chiusa come può essere quella ebraica, da cui si distanzia; la premessa a questo intento, infatti, è l’allontanamento da parte di Portnoy dall’ambiente ebraico, cui non manca di scagliarsi contro con violenza. Non si può, però, parlare in questo caso di antisemitismo, in quanto l’ambiente specifico cui si riferisce è proprio la religione ebraica, ma egli afferma di accusare tutti i sistemi religiosi, allargando quindi il campo.

Alla luce di questa affermazione, quindi, emblematico è il momento in cui il piccolo Portnoy si masturba dietro un cartellone pubblicitario con un pezzo di fegato. Non c’è nulla che dimostri un tentativo pervasivo del tessuto sociale americano come questo gesto. Inoltre, bisogna anche fare un’altra considerazione: il pezzo di fegato scelto da Alexander è rigorosamente kasher, una regola alimentare su cui l’opprimente madre non transige e che, inevitabilmente, costituisce un altro muro tra la loro famiglia ortodossa e le altre non ebree. È inevitabile, dunque, che la trasgressione alimentare e quella sessuale siano strettamente collegate: esse non sono nient’altro che due binari su cui viaggia il treno di emancipazione del ragazzo.

Man mano che Alexander cresce, il suo tentativo di svincolarsi dalla cappa di oppressione famigliare e dalla tradizione ebraica si lega ulteriormente alla pratica sessuale: si può evidenziare come, nella sua abitudine di frequentare donne rigorosamente non ebree, egli inconsciamente tenti di diventare veramente americano. Ma quanto questo suo tentativo è compiuto con consapevolezza? Infatti, tra le parole di Portnoy si possono intravedere dei punti in cui è molto forte l’orgoglio per la sua estrazione culturale e sociale. Dunque, quanto è afflitto da questa dicotomia interiore, in cui Portnoy è strattonato tra il mondo ebraico e i goym?

«L’America è una shikse rannicchiata tra le tue bracca che ti sussurra amore amore amore amore amore!»

Tutte queste relazioni, occasionali o meno, non sono vissute dal protagonista nell’ottica di un matrimonio tanto sperato dai genitori: oltre alla religione Portnoy cerca di svincolarsi da un’altra istituzione che è alla base dell’educazione impartitagli che ostinatamente rinnega. Portnoy, dunque, riserva parole violente e dissacranti anche sul matrimonio, proclamandosi uno scapolo fiero; il suo rammarico, però, è che a quanto pare i genitori non siano ancora sufficientemente soddisfatti e felici per il proprio figlio, sebbene egli abbia raggiunto una posizione lavorativa invidiabile. Sono preoccupati per lui e ancora lo asfissiano con le loro molteplici aspettative.

Decisivo è, però, l’incontro con una ragazza ebrea, Naomi, che, sorprendentemente, a differenza di tutte le altre goym, lo rifiuta: tutto ciò può essere interpretato dal lettore da Portnoy stesso come un ritorno irrisolto verso il retaggio culturale di appartenenza, che questa volta lo esilia. Sarà per questo motivo che Portnoy ha deciso di iniziare un percorso con l’analista? Così si può intuire e ciò è confermato dall’unica battuta, in chiusura dell’opera, del dottore che afferma che la terapia ora può avere inizio.

 


FONTI

Philip Roth, Lamento di Portnoy, Torino, Einaudi, 2018.

Fernanda Pivano, Philip Roth – Lamento di Portnoy in Libero chi legge, Milano, Mondadori, 2010.