“Anche quest’anno il Natale è passato”. Lo avremo detti sicuramente tutti, svegliandoci il 26 dicembre, con la pancia ancora piena per quanto mangiato nei giorni precedenti. Una frase piena di gioia e sconforto, all’idea che si sarebbe potuto fare di più, vivere meglio un periodo che da piccoli attendevamo con ansia. Attendevamo di aprire i regali, vedere se ciò che avevamo chiesto fosse sotto l’albero, e indossarlo, giocarci ci rendeva felici. Il Natale perlopiù lo ricordiamo per i regali, delle volte sentiti, pensati e altre volte semplicemente riciclati. Eppure, esistono civiltà in cui il dono acquista una forma diversa rispetto a quella della “cortesia da fare a Natale perché si fa così” o “perché è il suo compleanno”.

Esistono culture dove il dono si decora di un profondo significato, di magia e di fiducia, di un valore tanto importante che non tutti possono essere i destinatari e mi riferisco al cosiddetto “Kula”. Il “Kula” è uno scambio simbolico di doni che avviene presso le isole Trobriand, situate nell’Oceano Pacifico. E tutto ciò che sappiamo a riguardo lo dobbiamo al noto antropologo Bronislaw Malinowski, e alla sua opera “Argonauts of the Western Pacific” pubblicata nel 1922 dopo aver vissuto presso le suddette isole.

Gli uomini, a bordo delle loro canoe viaggiano per lunghi periodi, solo per raggiungere le altre isole e procedere allo scambio. Uno scambio intertribale che vede il passaggio di solo due tipi di doni:

  • collane di conchiglie rosse, chiamate “soulava” scambiate in senso orario;
  • e braccialetti di conchiglia bianca, chiamate “mwali”, scambiate in senso antiorario.

Necessariamente gli oggetti sono così diversi, e non smettono mai di circolare, non devono mai restare nelle mani di un solo possessore per un tempo eccessivo. Gli scambi sono oltretutto molto rigidi, prevedono dei riti. Gli oggetti sono ritenuti magici: secondo infatti le credenze locali, si offriva così un potere sugli spiriti del mare e delle spiagge. Ma come si suol dire “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. L’importanza dei riti, il significato mitologico di cui erano impregnati i doni, erano strettamente legati al fine di tale scambio: la creazione di un rapporto di fiducia. Lo scambio era infatti impossibile se alla base non vi fosse una fiducia reciproca.

Volendo riprendere quanto affermato da Marcel Mauss nel “Saggio sul dono”, si può infatti affermare che il “kula” sia il miglior esempio di “fatto sociale”: il dono in questo caso determina infatti conseguenze fondamentali all’interno della vita sociale, in questo caso rapporti di fiducia tra uomini distanti chilometri, legati da una conchiglia.

Lo scambio di beni, anche se di valore non eccessivo, è uno dei modi più comuni per creare importanti relazioni umane. Solo il fatto che non sia obbligatoria la restituzione, vuole intendere quanto sia importante la fiducia verso l’altro e la sua libertà di agire. Il Kula è così una connessione, tra uomini e tribù. È un’istituzione complessa e vasta, si prenda il considerazione la sola estensione del complesso di isole.

“E facile vedere che sulla strada del kula viaggiano non solo oggetti di cultura materiale, ma anche costumi, can­ti, motivi artistici e influenze culturali in genere. E’ una vasta rete di relazioni intertribali, una grande istituzione che comprende migliaia di uomini tutti uniti dalla co­mune passione per lo scambio kula e, secondariamente da numerosi legami e interessi minori. […]. Perché, dunque, questi oggetti sono considerati preziosi? a che cosa ser­vono? […] Poiché è sempre meglio accostare l’ignoto mediante il noto, riflettiamo per un momento se noi stessi non abbiamo dei tipi di oggetti che svolgono un ruolo analogo e che sono posseduti e usati nella stessa maniera.”

 Emblematiche sono le ultime considerazioni dell’autore di ritorno dal suo lungo viaggio. Si chiede che differenza possano esistere tra i nostri oggetti di valore e i loro oggetti (i “vaygua”). E lo fa dicendo che per quanto semplice un oggetto possa essere, è la sua storia, il viaggio di cui è stato protagonista a renderlo tanto importante. Sono entrambi doni che si posseggono per il piacere di avere per mano una storia, è la fama che ne deriva a renderle il suo valore. Ma a differenza di un qualunque bene europeo il cui valore è legato dalla permanenza nelle importanti case, il Kula non si trattiene per sempre, ma solo per un periodo.

“Quando, dopo un’assenza di sei anni trascorsi nei Mari del Sud e in Australia, ritornai in Europa e feci la mia pri­ma visita turistica al Castello di Edimburgo, mi furono mostrati i gioielli della corona. II guardiano ci raccontò tante storie: come erano stati portati da questo o da quel re, da questa o da quella regina in tale e talaltra occasione; come alcuni di essi erano stati trasportati a Londra con grande e giusta indignazione di tutto il popolo scozzese; come erano stati restituiti e come adesso tutti potevano essere soddisfatti, perché erano al sicuro sotto chiave e nessuno poteva toccarli.

Mentre li guardavo e riflettevo quanto fossero brutti, inu­tili, sgraziati e perfino di cattivo gusto, ebbi la sensazione che qualcosa del genere mi era stata raccontata da poco e che avevo visto parecchi oggetti di questo tipo che mi avevano fatto un’impressione simile. Mi apparve allora di­nanzi la visione di un villaggio indigeno costruito sul suolo corallino e di una piccola, traballante piattaforma eretta provvisoriamente sotto una tettoia di pandano (albero tropicale), circonda­ta da una quantità di uomini bruni e nudi, uno dei quali mi mostrava delle lunghe collane sottili e rosse e dei grandi oggetti bianchi logori, rozzi a vedersi e unti al tatto. Con reverenza egli li nominava e ne raccontava la storia: da chi e quando erano stati portati, come avevano cambiato di mano e come il loro temporaneo possesso fosse un chiaro segno dell’importanza e della gloria del villaggio.”

 

Fonti:

B. Malinowski, Argonauti del Pacifico occidentale